Ex Ilva, a Cornigliano subito corteo e blocchi: “Non ce ne andiamo, dovranno sfollarci”
Genova. Subito corteo e blocchi del traffico, la lotta degli operai dell’ex Ilva di Cornigliano riprende da dove era cominciata pochi giorni fa. I metalmeccanici, uniti, stamani hanno discusso in assemblea per valutare le iniziative da portare avanti dopo l’incontro di venerdì al ministero delle Imprese e del Made in Italy.
Un incontro deludente per i sindacati che temono la riduzione della produzione a Genova e non si fidano delle promesse su latta, zincatura e corsi di formazione. “L’incontro è andato male, malissimo e si devono vergognare di quello che ci hanno proposto – dice Armando Palombo, Rsu Fiom per Acciaierie d’Italia in As, che avverte – ci siamo, per dire a tutta l’Italia e al governo che Genova, prima di farsi chiudere questo stabilimento, ne farà di tutti i colori, l’abbiamo dimostrato la settimana scorsa, il prezzo che gli faremo pagare è altissimo ed è per quello che oggi facciamo quello che abbiamo interrotto giovedì, devono venirci a sfollare con le forze dell’ordine perché noi non molliamo, siamo dalla parte della ragione, produciamo, abbiamo tenuto gli impianti in piedi”.
Nelle prossime ore (e nei prossimi giorni) si prevede una situazione difficile per il traffico cittadino visto che sarà nuovamente allestito un presidio permanente in piazza Savio, a Cornigliano, snodo cruciale tra la viabilità del ponente e quella del centro: con le ruspe e le tende a Cornigliano l’unica via di collegamento resta l’autostrada.
“Sebbene il ministro Urso abbia inizialmente rassicurato i lavoratori negando l’arresto degli impianti e promettendo l’uso della cassa integrazione per la formazione – dice Nicola Appice, Rls ex Ilva Fim Cisl – il piano comporterebbe comunque una grave paralisi, arrestando la produzione di banda zincata che costituisce i due terzi dell’attività dello stabilimento. Questo è un contentino per evitare proteste immediate. Chiediamo il ritiro incondizionato del piano corto e l’arrivo immediato dei rotoli di acciaio necessari per mantenere attivi tutti gli stabilimenti produttivi del Nord. È importante che tutti si uniscano alle proteste per scongiurare un massacro per l’occupazione e l’industria”.
Si apre quindi una dura fase di mobilitazione per la fabbrica siderurgica del gruppo, alle prese con la necessità di una riconversione green (a Taranto), l’assenza di reale interesse da parte di soggetti economici internazionali e l’affannoso tentativo di restare al passo con i modelli di sviluppo di paesi extra Ue.
“Le rassicurazioni di Urso? Favole – dice Antonio Apa, segretario regionale Uilm – il ministro ha fallito sulla cessione dell’ex Ilva ma il governo oggi è in una fase di relativa stabilità con conti pubblici in ordine, pertanto occorre l’individuazione di una cordata italiana con partecipazione diretta dello Stato, l’acciaio non è un settore come gli altri, è la base delle infrastrutture, della manifattura e della sicurezza economica nazionale. Rinunciarvi significa accettare di diventare un Paese industrialmente irrilevante”.
“Il piano di chiusura che il ministro ha dato, perché questo è un piano di dismissione dell’acciaio della siderurgia italiana, è chiaro – aggiunge Fabio Ceraudo, sindacalista Usb oltre che presidente del municipio Medio Ponente – a Roma per l’ennesima volta ci hanno ribadito che questa sarà una chiusura graduale e loro volevano fare in modo tale che Genova e Novi Ligure non avessero materiale e che piano piano si spegnessero con la cassa integrazione.Sono quattro anni che promettono un piano industriale e l’unica proposta che è sul tavolo oggi è un fondo americano che lavora per portare alla stabilità economica un gruppo e venderselo, quindi speculare, quindi noi oggi siamo qua per dire no”.





