Politica

Etichettare politicamente le idee non può diventare un criterio di lettura della realtà: il buon giornalismo lo sa

Destra. Sinistra. Sovranista. Progressista. Conservatore. Ormai basta un’etichetta e il gioco è fatto. Prima ancora di ascoltare ciò che qualcuno ha da dire, lo abbiamo già sistemato da qualche parte. Quasi mai viene in mente la spiegazione più semplice: forse pensa soltanto con la propria testa.

È uno degli effetti più insidiosi di una conflittualità politica esasperata che nei social ha trovato uno straordinario moltiplicatore: tutto diventa immediato, globale e ogni opinione può trasformarsi in terreno di scontro.

Provate allora a esprimervi su sicurezza, immigrazione o giustizia. La prima reazione non riguarderà ciò che avete detto ma voi. “Da quale parte sta?” “Chi vuole favorire?”. Solo dopo, forse, qualcuno entrerà nel merito. E quando la collocazione politica di chi parla conta più del valore di ciò che sostiene, non cambia soltanto il modo di discutere ma la qualità stessa del confronto democratico.

Per anni la competizione politica ha alimentato una contrapposizione sempre più aspra, trasformando il consenso nell’obiettivo principale da perseguire. Si costruisce anche rafforzando il senso di appartenenza, distinguendo il “noi” dal “loro”. Il problema nasce quando questo metodo esce dall’arena politica e diventa il criterio con cui si interpreta la realtà.

Il rischio è che i cittadini vengano progressivamente orientati, prima ancora di formarsi un’opinione, verso una determinata chiave di lettura. Che il primo impulso non sia più domandarsi se un’idea sia fondata ma cercare di capire a quale schieramento appartenga chi la esprime.

È un meccanismo sottile e, proprio per questo, ancora più insidioso. Le etichette diventano allora uno strumento potente. Non servono soltanto a descrivere una posizione politica ma anche ad orientare il giudizio di chi legge. Attribuire preventivamente un’appartenenza a chi esprime un’opinione non è un dettaglio. Da quel momento il lettore non si confronta più soltanto con un’idea. Si confronta con l’idea di uno “di destra”, oppure di uno “di sinistra”. E quel filtro accompagnerà inevitabilmente tutto ciò che seguirà.

Per indebolire un pensiero non è necessario confutarlo. È sufficiente convincere il lettore, prima ancora che la legga, che appartiene alla parte sbagliata.

Naturalmente la politica continuerà a fare politica. È nella sua natura ricercare consenso. Da chi informa, però, una democrazia ha il diritto di aspettarsi qualcosa di diverso. Non sempre è così. Esiste ancora un giornalismo che considera il pluralismo un valore e non un rischio. Un giornalismo che ospita idee anche molto diverse tra loro senza avvertire la necessità di catalogarle prima. Non chiede al lettore di aderire a una conclusione. Gli offre gli elementi per costruirla autonomamente. È questo, a mio avviso, il servizio più alto che l’informazione possa rendere alla democrazia.

Accanto ad esso se ne è progressivamente affermato un altro, che ha scelto una strada diversa. Penso a quei giornali che sembrano ormai diventati casse di risonanza, quando non veri e propri portavoce di fatto, di una parte politica. È una scelta legittima ma ha un prezzo: l’informazione rischia di cedere il passo alla militanza e il racconto dei fatti alla necessità di ricondurli dentro una narrazione precostituita.

È allora che le etichette diventano particolarmente utili. Chi esprime una posizione non coincidente con quella parte viene immediatamente classificato, collocato nello schieramento opposto e raccontato attraverso quel filtro. Non occorre indicare testate o nomi. Chi ha scelto questo modo di fare informazione probabilmente si riconoscerà. E forse troverà una ragione per interrogarsi.

È un processo apparentemente invisibile e proprio per questo efficace. Perché una democrazia non vive soltanto della libertà di parola. Vive della libertà di giudizio. E la libertà di giudizio non si difende soltanto garantendo a tutti il diritto di parlare ma mettendo ogni cittadino nella condizione di ascoltare un’idea senza che qualcun altro gli suggerisca preventivamente come debba interpretarla. Senza etichettare chi la espone.

Per questo dovremmo pretendere dalla politica il rispetto dell’avversario e dall’informazione il rispetto del lettore. Alla prima si può chiedere di competere. Alla seconda si deve chiedere di non partecipare alla competizione. Perché il compito del giornalismo non è indicare da quale parte stare. È mettere ogni cittadino nella condizione di decidere, liberamente e criticamente, da che parte stare.

Solo allora le idee torneranno a contare più delle etichette. E una democrazia sarà davvero libera non soltanto perché tutti possono parlare, ma perché ciascuno sarà ancora libero di giudicare.

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