Energia e eventi estremi ora per dare un mutuo la banca guarda il clima

Prima di concedere un mutuo o un prestito, la banca non guarderà soltanto alla solidità finanziaria di chi chiede quei soldi. Sempre di più dovrà considerare anche un altro fattore: il clima. L’azienda che chiede fondi si trova in una zona a rischio alluvione? L’edificio dato in garanzia potrebbe essere danneggiato da eventi estremi? Il settore in cui opera l’impresa rischia di essere penalizzato dalla transizione energetica? Domande che stanno entrando nei modelli con cui gli istituti valutano il rischio.
«Il cambiamento climatico e le sue conseguenze sono diventati temi che toccano anche la stabilità finanziaria», spiega Vera Palea, professoressa di Green Finance dell’università di Torino, che ha supervisionato la Summer School Climate Risks in Banking Supervision and Monetary Policy, organizzata dall’ateneo e dalla Bundesbank University con il supporto della Banca d’Italia. «I rischi fisici, acuti e cronici, possono avere conseguenze sull’economia e sulle banche. Pensiamo all’aumento dei prezzi del cibo provocato da eventi climatici estremi, che può generare inflazione, oppure alle banche che hanno finanziato attività in territori esposti a calamità».
Il rischio climatico per le banche si divide principalmente in due categorie: fisico e di transizione. Il primo riguarda i danni provocati da fenomeni naturali come frane, siccità e altri eventi estremi. Il secondo è legato al passaggio verso un’economia a minori emissioni.
«I canali di trasmissione sono abbastanza semplici», dice Fabio Verachi, responsabile Esg risk di Intesa Sanpaolo. «Se una banca ha una garanzia su un immobile e quell’immobile viene compromesso da un’alluvione, il suo valore può diminuire. Il proprietario, inoltre, deve sostenere i costi per ripristinarlo e questo può incidere sulla sua capacità di ripagare il debito».
Lo stesso vale per le imprese. «Se viene danneggiato un asset aziendale ci sono costi di ripristino e, spesso, un calo dei ricavi fino a quando l’impianto produttivo non torna operativo», continua Verachi. «Il rischio di transizione, invece, può derivare dall’innovazione tecnologica o dalle politiche pubbliche: forme di produzione possono diventare obsolete, oppure possono aumentare le tasse sulle attività maggiormente emissive».
Per capire quanto questi fattori possano incidere sui conti, le banche utilizzano modelli sempre più sofisticati. «Lavoriamo su scenari macroeconomici e climatici specifici, che considerano variabili come incidenza sul Pil, carbon tax, costo dell’energia e aumento dei fenomeni atmosferici», spiega Verachi. «Gli scenari possono arrivare fino al 2100, ma le stime di impatto si fermano al 2050. Non si tratta di prevedere esattamente il futuro, ma di capire a quali rischi potremmo essere esposti».
Per l’Italia il problema è particolarmente rilevante. «Il nostro Paese è esposto a fenomeni importanti, come alluvioni e frane, e deve affrontare anche il tema del costo dell’energia», conclude Verachi. «Per questo la direzione è quella di investire in economia circolare e transizione energetica, fronti su cui Intesa Sanpaolo è leader europea»
Il cambiamento climatico entra così nella vigilanza bancaria. Per gli istituti c’è innanzitutto un problema di tenuta finanziaria, ma esiste anche una questione reputazionale. «Per esempio — conclude Palea — sostenere imprese legate ai combustibili fossili può avere conseguenze sul rapporto con gli investitori e con l’opinione pubblica». Il cambiamento climatico, insomma, non è più soltanto una questione ambientale, ma una variabile economica destinata ad avere un peso crescente nelle decisioni finanziarie.
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