Elisabeth Moss contro un nemico invisibile: questo horror su Netflix reinventa il terrore psicologico
Dopo il clamoroso fallimento di La mummia con Tom Cruise nel 2017, Universal Pictures aveva tutte le ragioni per abbandonare definitivamente il suo ambizioso Dark Universe, quel progetto faraonico che avrebbe dovuto riportare in vita i mostri classici del cinema in chiave interconnessa, alla Marvel. Invece, lo studio ha fatto qualcosa di più intelligente: ha cambiato completamente rotta. Ha messo da parte gli effetti speciali mastodontici, ha accantonato Johnny Depp che avrebbe dovuto interpretare l’Uomo Invisibile originale, e ha affidato il progetto a Jason Blum di Blumhouse Productions, lo stesso che ha trasformato budget risicati in incubi redditizi con Paranormal Activity, Get Out e The Purge. Il risultato è The Invisible Man – L’uomo invisibile del 2020, diretto da Leigh Whannell, un film che prende la classica creatura nata dalla penna di H.G. Wells e la trasforma in qualcosa di terribilmente contemporaneo. Non si tratta di un semplice reboot nostalgico, ma di una reinvenzione totale che usa l’horror come lente d’ingrandimento sul tema della violenza domestica e del controllo psicologico.
La storia segue Cecilia Kass, interpretata da una straordinaria Elisabeth Moss, che riesce a fuggire dal suo compagno Adrian Griffin, un brillante e ricco esperto di tecnologia ottica che l’ha tenuta prigioniera in una relazione profondamente abusiva. Con l’aiuto della sorella Emily e dell’amico James, un poliziotto che la ospita insieme alla figlia adolescente Sydney, Cecilia cerca di ricostruire la propria vita. Quando apprende che Adrian si è suicidato lasciandole in eredità una parte considerevole della sua fortuna, a condizione che non commetta crimini, la donna inizia finalmente a intravedere una via d’uscita. Ma qualcosa non torna. Una serie di eventi inquietanti, piccoli spostamenti di oggetti, presenze percepite ma non viste, convincono Cecilia che Adrian non solo sia vivo, ma abbia trovato il modo di rendersi invisibile per continuare a controllarla, a tormentarla, a distruggere sistematicamente ogni relazione che lei tenta di ricostruire. Man mano che la violenza si intensifica e minaccia le persone a cui Cecilia tiene, lei dovrà trovare un modo per provare l’improvabile: che è perseguitata da qualcuno che nessuno può vedere.
Moss riesce a rendere credibile ogni fase di questo calvario psicologico, dalla paura iniziale alla rabbia, dalla disperazione alla determinazione. La sua performance trasforma quello che potrebbe essere un semplice thriller in un’esplorazione della psiche di una sopravvissuta, anche quando la sceneggiatura non è sempre all’altezza della sua interpretazione. Ed è proprio qui che The Invisible Man mostra le sue crepe. La storia, pur avendo un potenziale enorme, sembra a tratti subordinata agli effetti visivi, diventando un veicolo per consegnare colpi di scena anche quando questi non sono completamente giustificati dalla narrazione. Il film si attorciglia su se stesso cercando di sorprendere lo spettatore, ma non tutti i twist sono adeguatamente preparati o spiegati. Alcune svolte narrative sembrano più funzionali a raggiungere un finale specifico che a fornire una progressione naturale del viaggio emotivo di Cecilia.
Questo squilibrio tra l’eccellenza tecnica della regia e della recitazione e i problemi strutturali della sceneggiatura potrebbe lasciare alcuni spettatori emotivamente distaccati, incapaci di connettersi pienamente con il percorso della protagonista nonostante la forza della performance di Moss. Il film non esplora sempre con la profondità che meriterebbe i temi che solleva, rischiando di ridurli a semplici espedienti narrativi per un thriller ben confezionato ma superficiale. Ciononostante, Whannell riesce a consegnare un horror solido, visivamente interessante e genuinamente spaventoso. The Invisible Man vale sicuramente una visione per gli appassionati del genere e per chiunque sia stato incuriosito dal concept del reboot. Va però fatta una precisazione importante: data la natura del soggetto e l’onestà con cui Whannell e Moss affrontano il trauma di Cecilia senza spettacolarizzare l’abuso più del necessario, il film potrebbe risultare un’esperienza difficile per alcuni spettatori, in particolare per chi ha vissuto esperienze simili.
The Invisible Man si posiziona come un horror moderno che usa le convenzioni del genere per dire qualcosa di rilevante sul presente. Non è perfetto, e probabilmente non sfrutta appieno tutto il potenziale della sua premessa, ma dimostra che i mostri classici possono ancora spaventarci quando vengono reinterpretati attraverso le paure contemporanee. E soprattutto, dimostra che a volte il terrore più grande non viene da ciò che vediamo, ma da ciò che sappiamo essere lì, in agguato negli spazi vuoti, invisibile ma innegabilmente presente.
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