Dietro la missione Artemis, la battaglia fra Musk e Bezos
Artemis II, la missione che dovrà riportare astronauti a orbitare intorno alla Luna, ha raggiunto la rampa di lancio. Ora sono in programma una serie di test che devono certificare l’idoneità al lancio. Nel caso tutto andasse bene, la prima data utile sarà il 6 febbraio. In realtà, la data non è ancora fissata. Jared Isaacman, fresco di nomina al posto di amministratore della Nasa, ha dichiarato che la decisione verrà presa quando ci saranno i risultati dei test. Meglio non avere troppa fretta, le finestre di lancio si ripetono ogni quattro settimane, seguendo il mese lunare, e Artemis II deve assolutamente andare bene perché la Nasa non può permettersi alcun intoppo se vuole arrivare a portare i suoi astronauti sulla Luna prima dei cinesi. Lo stesso Isaacman, che all’inizio sembrava più orientato alle missioni a Marte, adesso è perfettamente allineato con le richieste del presidente Trump che, il 18 dicembre 2025, ha firmato un ordine esecutivo dal titolo inequivocabile: Ensuring American space superiority. Un documento dove sono dettate le tempistiche del ritorno alla Luna che deve avvenire entro il 2028. Una data inderogabile perché, oltre a essere l’ultimo anno della presidenza di Trump, assicurerebbe la vittoria nella gara con la Cina che ha fissato al 2030 la data dell’allunaggio dei suoi taikonauti. Certo non è usuale che le tempistiche di un programma spaziale siano imposte da un ordine esecutivo, ma nell’America di Trump tutto è inusuale. Mentre, da un lato, il presidente chiede alla Nasa uno sforzo significativo, dall’altra l’opera del defunto ufficio per lo snellimento dell’amministrazione (il famigerato – e inutile – Doge) ha spinto il 20% dei dipendenti a dare le dimissioni, lasciano sguarniti non pochi settori chiave. Per buona misura, poi, nel budget proposto dal presidente a maggio per la Nasa era previsto un taglio dei finanziamenti del 24%, in gran parte ottenuto cancellando la scienza. Per fortuna il 5 gennaio la commissione del Congresso ha annunciato che è stato raggiunto un accordo per mantenere la spesa a livelli molto vicini a quelli attuali.
Alla Nasa, le missioni scientifiche, che erano state duramente tagliate, avrebbero un calo di appena 1,1%. L’unica cancellazione approvata dalla commissione si riferisce alla missione Mars Sample Return che avrebbe dovuto riportare a Terra i campioni raccolti e incapsulati dal rover Perseverance. Sembra che i campioni dovranno avere molta pazienza perché la missione non si farà dal momento che il suo costo presunto ha sforato il budget di 13 miliardi.
Non che il programma Artemis sia particolarmente economico. Ogni volo del lanciatore Sls (Space Launch System) con la capsula Orion costa intorno a 4,2 miliardi di dollari. Una cifra resa ancora più abnorme dal fatto che si tratta di un lanciatore “a perdere” dove niente viene recuperato per un prossimo utilizzo. L’idea di riciclare la capsula Orion, una volta tornata a terra, è stata archiviata e la Nasa ha già dato a Lockheed Martin i contratti per diverse altre capsule Orion. Questo altissimo livello di spesa è già stato segnalato dall’ispettore generale della Nasa che ha fatto notare che esistono modi più economici per raggiungere lo spazio. Il riferimento a SpaceX è evidente dal momento che la società di Elon Musk è riuscito ad abbassare i prezzi di accesso allo spazio. Una riduzione che si basa su un modello di gestione aziendale profondamente diverso da quello applicato dalle storiche industrie del settore che, prima, hanno deriso l’approccio di SpaceX, e ora non riescono a tenere il passo (ed i prezzi). È una storia di innovazione che ha più volte sfiorato la catastrofe salvandosi spesso per il rotto della cuffia grazie alla dedizione di squadre di ingegneri disposti a turni di lavoro massacranti sotto la spinta di un Elon Musk che chiede sempre a tutti i suoi dipendenti di lavorare di più e più in fretta. 3Una storia ben raccontata nel libro La rivoluzione SpaceX di Eric Berger (Apogeo), che fa capire come, nel giro di pochi anni, SpaceX sia passata dalla posizione di startup spaziale a industria dominatrice del mercato. Nel 2025, il suo Falcon 9 è stato lanciato 165 volte fornendo più della metà dei 330 lanci fatti a livello mondiale e oltre il 90% di quelli americani. I lanci sono per lo più per carichi in orbite circumterrestri, ma sul sito di SpaceX si trovano informazione sul costo del trasporto di materiale verso la Luna e Marte: 100 milioni di dollari per portare una tonnellata di carico non importa dove. È una cifra contenuta per gli standard spaziali e diventerà realtà grazie a Starship un lanciatore totalmente riutilizzabile pensato proprio per abbassare i costi del trasporto in vista della colonizzazione di Luna e Marte.
Peccato che Starship non sia ancora operativo e, inevitabilmente, i suoi ritardi si ripercuotono sul programma Artemis che ha bisogno di Starship come modulo di allunaggio. Per scongiurare il pericolo di un ignominioso sorpasso, la Nasa a ottobre ha chiesto proposte alternative. Una mossa che tradisce nervosismo. Elon Musk, che ha un contratto per il modulo di allunaggio, ha fatto notare che SpaceX è più avanti di tutti. Tuttavia, sia Space X sia Blue Origin hanno inviato proposte di programmi di allunaggio semplificati trasformando la corsa alla Luna della Nasa in terreno di confronto tra Elon Musk e Jeff Bezos. I due miliardari spaziali si detestano e questo non semplificherà la vita di Jared Isaacman che sarà certamente criticato qualunque sia la sua scelta.
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