Denise Cosco: verifiche sui contatti con il padre, in carcere per l’omicidio della madre Lea Garofalo
La Procura di Velletri sta aspettando gli esiti delle analisi sul cellulare di Denise Cosco, la figlia di Leo Garofalo che il 10 settembre scorso è morta suicida gettandosi dal palazzo di casa. L’indagine infatti ora punta a verificare quali eventuali contatti ci siano stati negli ultimi tempi tra la 31enne e il padre, Carlo Cosco. L’uomo, tuttora detenuto ad Asti, sta scontando la condanna per l’omicidio di Lea Garofalo, la testimone di giustizia uccisa nel 2009 da lui e da altri appartenenti alla cosca di ‘ndrangheta contro la quale lei stessa si era ribellata e aveva testimoniato, pagando con la vita. I pm, coordinati dal procuratore Carlo Villani, nei giorni scorsi hanno ascoltato il compagno di Denise Cosco: lui avrebbe riferito agli investigatori che la donna aveva riallacciato i rapporti con il padre.
Quali contatti aveva avuto la vittima con Carlo Cosco, l’uomo in carcere per l’omicidio di suo madre? È una delle domande al centro dell’indagine: l’ipotesi di reato è istigazione al suicidio, ma al momento senza indagati. A fornire elementi utili potrebbero essere appunto l’analisi del cellulare della donna, già acquisito dagli inquirenti, e la verifica della sua casella mail, che consultava sempre dal suo smartphone, non avendo un pc. Denise Cosco non ha lasciato biglietti né messaggi. Mentre sullo sfondo emerge anche la vicenda della figlia di quattro anni, affidata ai nonni paterni dopo la decadenza della responsabilità genitoriale.
Intanto oggi, a Crotone, si è tenuta la cerimonia religiosa voluta dalla Diocesi in memoria della giovane donna. A ricordarla anche don Luigi Ciotti, fondatore di Libera. “Potrebbero esserci oggi altre Denise che non ce la fanno più ” perché “esiste una violenza mafiosa ‘differita‘ – ha detto don Ciotti – che agisce sottotraccia per anni, insinuandosi come un veleno nell’anima”. Quindi don Ciotti definisce il suicidio di Denise come “un omicidio lungo 17 anni, il tempo che è passato dal delitto della madre”. “Non voglio accusare nessuno – ha detto don Ciotti – perché nella storia di Denise lo Stato è intervenuto senza esitazioni. Non è stata abbandonata. Eppure a un certo punto si dev’essere sentita comunque incredibilmente sola. Non possiamo chiedere ai testimoni di giustizia di sacrificare la propria vita per il bene comune, e poi lasciarli soli con i propri fantasmi, che spesso li ammalano”.
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