Da Anna Quintavalle a Nerina delle ‘ndram, le donne di Bari Vecchia
Tra i vicoli della città di Bari, sulle chianche del Borgo Antico, le donne lasciano le loro orme. Donne che in silenzio hanno fatto e fanno la storia della città. Donne ‘ai margini’, donne ‘del popolo’, umili artigiane del focolare, sostenitrici della popolazione. Donne che in virtù della loro modesta condizione sono state dimenticate. Il diritto di essere ricordate non si limita all’8 marzo, Giornata Internazionale della donna. Lo sa Michele Fanelli, voce della Bari storica ed eclettico e fine conoscitore delle tradizioni cittadine che, con amaro entusiasmo per il loro nascondimento, rammenta le loro gesta e si batte per la valorizzazione di ognuna, oggi come ieri e domani. “Ci sono tante donne che hanno aiutato la città a diventare e ad essere quella che è oggi – comincia a raccontare Fanelli che tiene a ricordare ognuna di loro – Una di loro è Anna Quintavalle, soprannominata ‘la portapannère’ (la portabandiera), colei che tenne in città la nostra ‘rivoluzione del pane’. All’inizio del Novecento, ai tempi dell’imposizione della tassa sul macinato per il pareggio di bilancio dello Stato, il costo della farina e del pane quadruplicò rendendo impossibile sostenere una famiglia soprattutto con molti figli. Anna indisse una rivolta fatta da sole donne: con in mano una bandiera, lei e le aderenti si recarono al comando dei Vigilanti, in Piazza del Ferrarese, poi al Comune dov’era il sindaco Re David e dove cominciarono a rompere e bruciare ogni cosa tant’è che il prefetto chiamò l’intervento della Cavalleria. A quel tempo fu l’unica rivolta del pane in Italia capeggiata da una donna e fatta di sole donne, ‘sorella’ della rivolta milanese di manzoniana memoria indetta da uomini. Quella di Anna Quintavalle è stata una mossa che ha segnato la storia: a seguito di ciò, Re David con tutta la sua giunta si dimisero e il costo del pane a Bari diminuì”. Il triste finale sta nel suo mancato riconoscimento “soltanto perché di Bari Vecchia”, giustifica Fanelli che continua: “abbiamo raccolto ben 400 firme sottoposte al Comune e abbiamo ottenuto una strada, un punto di riferimento dove sarà posta una lapide in suo onore”.
Accanto ad Anna Quintavalle, Fanelli parla di tante altre donne, le cui sapienti mani lavoravano per la città e per gli abitanti del borgo antico. “Un esempio è quello della ‘Pizzellana’, ossia la moderna parrucchiera. Fino agli anni ’60, le donne anziane. da noi, portavano i capelli raccolti in uno chignon a forma di pizzella dietro la testa e la ‘Pizzellana’ sapeva creare questo intreccio. E poi c’era la cantinera Anna Percocoa, titolare di una delle cantine più importanti a Bari Vecchia di cui oggi è rimasta la scia nella famosa Cantina di Cianna Cianne”.
Donne e mestieri.
“Pasquina della salumeria – prosegue Fanelli che afferma, sorridendo – un luogo che sembrava più un ufficio di collocamento, dove si faceva ‘taglio e cucito’. E poi c’era la ‘Materassaia’: quando si facevano i materassi, lei apriva il crine, la lana e la metteva al sole. Un’altra donna che è entrata nella storia della città vecchia è Nerina delle ‘ndram, che stava fino agli anni Settanta nei pressi di Santa Teresa dei Maschi, specializzata a vendere le budella di cavallo arrostite. Tutti venivano a comprare le budelle di Nerina, così come Pinella delle sgagliozze.
Le filastrocche baresi citano anche donna Fifì. Dice Fanelli. “Me la ricordo bene: era una nobildonna caduta in disgrazia con l’arrivo della Repubblica. Dall’essere ricca, era diventata una poveraccia, pur rimanendo nobile nell’animo: dall’abitare in un palazzo signorile, arrivò a vivere in una camera senza servizi, senz’acqua, aveva ‘u vas o u prise’ (il vaso da notte), però quando usciva era sempre impeccabile con il suo abito nero in pizzo, i guanti a metà, un bastone con il manico d’argento e il capellino con la retina nera. Noi bambini la sfottevamo per la sua andatura ricurva. ‘Donna Fifì, donna Fifì’, la canzonavamo, mentre lei cercava di cacciarci con il suo bastone. Di qui nacque la filastrocca ‘La vecchia ‘ngule min la mazz”.
I ricordi di Michele Fanelli portano a riflettere, l’8 marzo più che mai: ci sono tantissime donne che vanno ricordate e che, nel silenzio, hanno lasciato dei segni indelebili, hanno scritto delle pagine della storia della città. È il popolo che fa la città, ma spesso il popolo, di fronte a “chi conta”, viene dimenticato. La vittoria di quel mancato rispetto sta proprio nel saper fare di tutte loro: attraverso il mestiere, hanno contribuito e contribuiscono a fare di Bari Vecchia la Bari dei cittadini.



