Cultura

courtney barnett – Creature of Habit

Finalmente Courtney Barnett è tornata! Dopo più di cinque anni di silenzio discografico, con “Creature of Habit” la cantante australiana mette in pausa il suo consueto storytelling da cronista di periferia per aprire il diario personale: un viaggio fra dubbi, indecisioni e la voglia di ritrovarsi. Questo disco non racconta più il mondo esterno, lo riflette dentro di sé, e la cornice scelta, il deserto di Joshua Tree, non è un dettaglio. Rocce gigantesche, alberi strani, silenzio quasi irreale: un luogo che avrebbe fatto girare la testa a chiunque. Courtney ci si è trasferita temporaneamente per capire se voleva continuare a fare musica, e il risultato è che, come sempre, ci ha messo dentro ogni pensiero, ogni esitazione, ogni frammento della sua identità artistica.

Credit: Bandcamp

Lasciare Melbourne per il deserto californiano è stato un trauma culturale: lì il caffè non è argomento di discussione, il meteo è sempre lo stesso, e il senso della vita diventa questione logistica. Melbourne ti permette di ignorare i problemi con un flat white; Joshua Tree ti obbliga a guardarti allo specchio con tutta la tua indecisione. Ed è proprio qui che nascono le atmosfere di Creature of Habit: riff ripetuti, chitarre che girano in loop, testi che sembrano conversazioni interiori con se stessa.

Il singolo “Site Unseen” è emblematico: Courtney ci ha lavorato per due anni, tre versioni diverse, senza mai arrivare al punto giusto, fino a chiedere l’aiuto di Kathryn Crutchfield (Waxahatchee). Il brano cattura perfettamente la Barnett indecisa ma affascinante: un loop mentale trasformato in ritmo leggero e ipnotico, che sembra uscito da una cartolina hawaiana dimenticata sul cruscotto. La doppia voce diventa rassicurazione, conversazione e, soprattutto, un modo per rendere giocosa la tortura dell’indecisione.

La presenza di Flea in “One Thing At A Time” è discreta ma decisiva: il suo basso sostiene, accompagna, dialoga senza mai rubare spazio. È il perfetto contrappunto a una Barnett che si perde fra pensieri e giri di accordi, mentre Stella Mozgawa (Warpaint) aggiunge percussioni e piano dove serve, e Zach Dawes apre l’album con il basso incisivo di “Stay in Your Lane”: rabbia, resistenza, tensione. La Barnett che ripete “stay in my lane” non sta solo cantando, sta cercando di riappropriarsi di sé, pur rendendosi conto che la strada stessa è il problema.

“Mostly Patient” è un capolavoro di economia musicale: solo Courtney e la sua chitarra, fingerpicking preciso e naturale, mentre i dubbi restano fuori scena. È il momento in cui capisci che la musica non è mai stata il problema: le mani sanno già cosa fare, anche quando la testa esita. La stessa logica ironica e precisa permea “Same”, dove la Barnett si rimpicciolisce fino a diventare una particella, e il synth di Floating Points sfuma i contorni della sua instabilità emotiva, trasformando la precarietà in leggerezza.

“Great Advice” e “Sugar Plum” aprono spazi di leggerezza nel disco, con chitarre in levare, ritmi ballabili e testi ironici che non nascondono le insicurezze: “I need your opinion like a needle in the eye / I like it this way“. La Barnett sa raccontare i suoi dubbi senza diventare pesante, facendo sorridere anche quando il tema è il cambiamento, l’abitudine, la stasi.

“Mantis” chiude il cerchio con la sua perfezione imperfetta: cercare un segno, trovare solo un motivo per andare avanti che non è neanche un vero motivo, e cantarlo con leggerezza. I keep goin’ just because diventa la dichiarazione più onesta e potente del disco: non ha risolto nulla, ma ha imparato a convivere con l’incertezza. E in quella resa, paradossalmente, c’è la vittoria.

“Creature of Habit” non è solo un album: è un viaggio nei loop mentali, nei dubbi, nelle piccole vittorie quotidiane di una donna che decide di continuare a fare musica non perché sia facile, ma perché sa che la musica è l’unico posto in cui può ritrovarsi. È fragile, comica, disperata, lucida, mai scontata. E noi, poveri ascoltatori, possiamo solo sedere, ridere, annuire e meravigliarci di quanto sia brava, fragile e irresistibilmente umana.


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