Cultura

Cosa accadrebbe se la corrente sparisse? Questa serie su Prime Video risponde a questa domanda

Cosa succederebbe se, in un istante, ogni dispositivo elettrico del pianeta smettesse di funzionare? Non per un blackout temporaneo, ma per sempre. Aerei che precipitano dal cielo, auto che si fermano di colpo, governi che crollano nel caos. Revolution, la serie NBC lanciata nel 2012, disponibile su Prime Video ha costruito la sua intera premessa su questo scenario apocalittico, ma con una particolarità che la distingue dalle classiche distopie post-apocalittiche: la sua visione sorprendentemente ottimista del futuro dell’umanità. Il pilot della serie si apre con una scena frenetica: Ben Matheson, interpretato da Tim Guinee, corre a casa da sua moglie Rachel, affidata alle mani esperte di Elizabeth Mitchell. Ben scarica freneticamente informazioni cruciali da un computer su una chiavetta USB di ultima generazione, proprio un attimo prima che accada l’impensabile. Ogni apparecchio elettrico del mondo si spegne simultaneamente. L’elettricità, quella forza invisibile che alimenta la civiltà moderna, scompare senza lasciare traccia.

La narrazione compie poi un salto temporale di quindici anni, mostrandoci un’America radicalmente trasformata. Le grandi città sono state abbandonate, perché rimanere in un centro urbano senza infrastrutture significava morte certa. La popolazione si è dispersa nelle campagne, dando vita a una sorta di cultura agraria retro, dove le persone coltivano la terra, combattono con spade e frecce, vivono secondo ritmi dimenticati da generazioni. Ma questa nuova realtà non è pacifica: milizie armate controllano vasti territori, bande di predoni infestano le strade, e la legge del più forte ha sostituito quella dello Stato. La storia si concentra sui figli di Ben: Charlie, interpretata da Tracy Spiridakos, una giovane donna coraggiosa che sembra uscita direttamente da Hunger Games, e suo fratello Danny, affidato a Graham Rogers, decisamente meno preparato alle sfide di questo mondo brutale. I due si trovano a fronteggiare il Capitano Tom Neville, un ruolo perfetto per Giancarlo Esposito, l’attore che aveva già dimostrato in Breaking Bad di saper incarnare personaggi spietati con un fascino oscuro.

Neville serve il Generale Monroe, interpretato da David Lyons, il leader della più grande milizia del paese devastato. Quando Danny viene catturato da Neville, Charlie si mette in viaggio per trovare suo zio Miles, affidato a Billy Burke, che si trova da qualche parte nelle rovine di Chicago. È l’inizio di un’odissea attraverso un’America che non esiste più, dove il passato e il futuro si fondono in un presente straniante. Il progetto porta il marchio di J.J. Abrams, anche se il suo ruolo, come spesso accade con le sue produzioni televisive recenti, è stato principalmente quello di prestare il nome e il prestigio per far decollare la serie. Jon Favreau, reduce dal successo di Iron Man, ha diretto il pilot e partecipato come produttore, anche se non è chiaro quanto il suo coinvolgimento si sia esteso oltre il primo episodio. Il vero artefice di Revolution è Eric Kripke, già creatore di Supernatural, coadiuvato dal talentuoso Bryan Burk, che aveva lavorato a Star Trek e Lost.

Kripke ha affrontato fin da subito la domanda che ogni spettatore si pone: perché non si può generare elettricità con l’acqua o il vento? La risposta, mantenuta volutamente vaga nel pilot, riguarda un fenomeno che impedisce a qualsiasi cosa di “generare una scintilla, a qualsiasi circuito di produrre una carica elettrica”. Il creatore ha rivelato di aver consultato un fisico per spiegare la grande rivelazione su come l’elettricità sia scomparsa, e il professionista ha confermato che lo scenario è plausibile. Una rivelazione che doveva arrivare più avanti nella serie, senza tirare troppo la corda del mistero. Ma Revolution non voleva essere solo una serie sul “perché” è successo. Secondo Kripke e Favreau, l’obiettivo era esplorare un’idea più filosofica: e se vivere senza Internet, senza Wi-Fi, senza la frenesia tecnologica moderna fosse in realtà migliore? E se questa catastrofe rappresentasse un’opportunità per riscoprire una vita più semplice, più connessa con la natura, più umana?

L’ispirazione, ha dichiarato Kripke, veniva più da Il Signore degli Anelli che da Il Pianeta delle Scimmie. Una visione quasi utopica nascosta dentro uno scenario apparentemente distopico. Questa prospettiva differenzia Revolution dal filone delle storie post-apocalittiche più cupe, come The Road di Cormac McCarthy. Non si tratta di sopravvivere in un mondo di cenere e disperazione, ma di immaginare una rinascita, un ritorno a valori dimenticati, anche se ottenuto attraverso un cataclisma globale. Il pilot ha conquistato la critica per il suo ritmo serrato e per la capacità di coinvolgere lo spettatore, pur lasciando molte domande senza risposta. La serie si inseriva in un momento particolare per la televisione americana, quando i network tradizionali cercavano disperatamente il prossimo grande fenomeno seriale, qualcosa che potesse competere con il successo clamoroso di Lost e delle nuove produzioni via cavo.

NBC puntava molto su Revolution, sperando che il mix di mistero, azione e nomi importanti dietro le quinte potesse tradursi in ascolti solidi e fedeltà del pubblico. La sfida narrativa era considerevole: bilanciare il mistero centrale con storie episodiche coinvolgenti, sviluppare personaggi credibili in un mondo fantastico, e soprattutto mantenere la coerenza interna di un universo dove le leggi della fisica erano state alterate in modo così radicale. Ogni dettaglio doveva reggere al vaglio critico di spettatori sempre più esigenti e pronti a scovare incongruenze. Revolution chiedeva al pubblico di sospendere l’incredulità e abbracciare una premessa estrema, ma in cambio prometteva di esplorare interrogativi genuini sulla natura della civiltà, sul prezzo del progresso, sul significato di comunità in un mondo dove le strutture sociali tradizionali erano crollate. Una ambizione notevole per una serie televisiva mainstream, che doveva comunque garantire azione, suspense e colpi di scena per mantenere l’attenzione settimana dopo settimana.


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