Umbria

Correva l’anno di Saioni | Perugia 1909


Non sia mai che qualcuno possa accusarmi di essere un “sobillatore nascosto” per aver parlato con alcuni giornalisti. E no, quello che c’è da dire sarà ribadito pubblicamente.

Così si esprimeva il prof. Silvestrini, uomo schietto, nell’annunciare una sua conferenza al Turreno sullo stato dell’ospedale, allora ancora ubicato in via della Pesceria (via Oberdan).

Fabbricato vecchio e non idoneo alle indispensabili trasformazioni architettoniche. Scarse le finestre, tanto che i letti restano “perennemente immersi in un’aria consumata, fetida che mai si può ricambiare”. Pareti non lavabili, per non parlare del riscaldamento ad antracite, del tutto insufficiente, oltre che dispensatore di fumo nauseante in tutti i locali. Aprire le finestre d’inverno era del resto azzardo di polmonite.

I malati in grado di camminare hanno un unico punto per lavarsi. Sudicissime, spesso, le latrine per difetto d’acqua. Il vitto poi, trasportato dal basso, assorbe il fetore dei cadaveri dalla sala anatomica. “Orride bolge” i reparti d’isolamento, dove tubercolosi, come altri afflitti da malattie contagiose, si spostano liberamente nelle sale comuni.

Dopo l’elenco meticoloso dei mali, peraltro già denunciati vent’anni prima dal medico condotto Vittorio Teyxeira, Silvestrini procede esponendo i rimedi. Basta quindi con l’ospedale che si affaccia in una via stretta e frequentatissima. Bisogna trasferire tutto in un luogo fuori città che rispetti le nuove norme igienico/sanitarie per l’edilizia ospedaliera. Se ne parla da decenni ed è il momento di agire. Certo gli atti non autorizzano ottimismo, riflette il professore, riferendosi a se stesso. “Appena arrivato richiesi l’apparecchio per i raggi e mi fu promesso”. C’era da isolare il locale e si pensò di rabberciare l’esistente, poi l’idea del cemento armato con annessa certezza d’immediato inizio lavori. Il piano finanziario, del resto, era bell’e pronto. Sarebbe allo studio anche la soluzione eternit. Bene, “E’probabile che resteremo così per l’eternità” punzecchiò con ironia Silvestrini, ma furono elogi per il lavoro dei colleghi medici e infermieri, statistiche alla mano, generose nell’elencare i successi della scuola medica perugina, specialmente in ambito chirurgico. 

Intervento tecnico, il suo, culminato con l’appello agli onesti in nome dell’umanità, qualcosa di “superiore a tutti i partiti”. Un passaggio, questo dello “scienziato”, così era definito, che rivelava la sua nozione di solidarietà sociale. 

Sì, ma il contesto era politico, essendo il comizio organizzato dai socialisti, di cui il professore era anche militante. Questo scatenò il risentimento dell’Unione liberale, espressione della giunta comunale conservatrice, bersagliata da critiche e acuminate invettive, mai per bocca dell’illustre clinico, tuttavia. Si accusarono gli amministratori di sostanziale immobilismo e di “forniture cuccagnesche per gli amici e per gli amici degli amici” ovvero, comportamenti in “stile camorristico”.

Male fece il prof. Silvestrini, rispose il giornale, a porre il suggello della sua autorità a una campagna denigratoria, quasi che a Perugia “fruttificasse la pianta maledetta dei paesi meridionali”. Lo tenesse presente il direttore della Battaglia, intervenuto dopo il comizio, lui si “figlio delle terre meridionali con le quali non abbiamo affinità”. Come dire, un terrone come te non si deve azzardare ad attaccare il partito liberale di Perugia.

Fu zuffa velenosa tra sicari di penna ma sparse poco sangue. Il fattore Silvestrini, quello si che mosse le acque. L’anno successivo, davanti alla folla osannante, dopo il discorso del sindaco Valentini, il conte Faina offrì la cazzuola di calce al Presidente del Consiglio, Luigi Luzzati, intervenuto con mezzo governo. Il cannone di Monteluce tuonò sotto una leggera pioggia. La prima pietra fu calata sulle fondamenta da cui sarebbe sorto il nuovo edificio. Lo chiamarono laicamente “Ospedale civile XIV Settembre 1860” per onorare la data della liberazione di Perugia. La denominazione, poco fortunata, durò giusto il giorno dell’inaugurazione. Ci vollero ancora tredici anni perché le prime cliniche cominciassero a operare. Silvestrini fu il primo a trasferirsi con i suoi cento letti, onorando così la raccomandazione del suo maestro, Pietro Grocco, che lo aveva sempre sollecitato a combattere per la realizzazione del nuovo ospedale.


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