Emilia Romagna

consigliere comunale condannato in rito abbreviato


La data ‘fatidica’ è quella dell’11 ottobre 2023, pochi giorni dopo il violento attacco di Hamas a Israele. Da lì, a Ravenna, si è scatenata una querelle che dai banchi della politica si è spostata a quelli del Tribunale. Protagonisti della vicenda il consigliere comunale di Forza Italia, Alberto Ancarani, e la Casa delle Donne. Oggi, davanti al giudice Andrea Galanti, è arrivata la sentenza in rito abbreviato per la querela dell’associazione contro l’esponente politico, che è stato condannato per diffamazione.

La causa iniziale dello scontro era stato il caso dell’esposizione della bandiera di Israele su una finestra di Palazzo Merlato (poi rimossa). Un atto che tuttavia non era passato inosservato, provocando la reazione della Casa delle Donne che aveva definito quel gesto “inaccettabile”. Poi la replica di Ancarani che, attraverso un comunicato, aveva criticato pesantemente la Casa delle Donne, definendo le esponenti dell’associazione utilizzando il termine “fasciste”.

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Da qui era partita poi una diffida, resa nota a inizio 2024, a togliere dal post sul profilo personale di Facebook del consigliere un link che riportava proprio a quel comunicato stampa dell’11 ottobre precedente. Il rifiuto a modificare il contenuto sui social avrebbe poi portato a una querela per diffamazione, che ha quindi trascinato la questione in Tribunale.

Qui, dopo un tentativo di mediazione non andato in porto, si è infine proceduto al giudizio con rito abbreviato, con Ancarani tutelato dall’avvocato Marco Bertozzi e la Casa delle Donne rappresentata dall’avvocato Sonia Lama. L’associazione avrebbe presentato una richiesta di risarcimento danni per diverse migliaia di euro. Mercoledì mattina dunque è arrivata la sentenza di condanna a una multa da 3mila euro, con la disposizione di un parziale risarcimento di 2500 euro nei confronti dell’associazione, oltre alle spese legali. Non è da escludere, tuttavia, che la difesa del consigliere comunale possa scegliere di ricorrere all’appello, con l’obiettivo di dimostrare che la Casa delle Donne si comporti in realtà quale soggetto politico.

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