Lazio

condannato “Er Malavita”. 8 anni per il tentato omicidio del buttafuori

Dalla lite all’ingresso agli spari nella notte: si chiude con due condanne di primo grado la vicenda che lo scorso luglio ha scosso la movida dell’Eur.

Teatro dei fatti il Fiesta, dove un addetto alla sicurezza fu raggiunto da un colpo di pistola al culmine di un’escalation di violenza.

Secondo la ricostruzione emersa in aula, tutto ha origine da un diverbio all’ingresso del locale. Un giovane, respinto dal personale della sicurezza, reagisce con minacce pesanti prima di allontanarsi. Ma pochi minuti dopo torna, armato, deciso a portare a termine quanto aveva annunciato.

Si tratta di Lorenzo Sagoni, 33 anni, soprannominato “Er Malavita”, figura già nota agli investigatori e ritenuta vicina agli ambienti criminali del litorale romano. Con lui un complice coetaneo, accusato di avergli procurato l’arma.

Sono circa le 3.20 tra il 23 e il 24 luglio 2025 quando la situazione precipita. Sagoni estrae la pistola e fa fuoco davanti all’ingresso della discoteca (Fiesta) di via delle Tre Fontane.

I colpi esplosi sono tre: due non partono, mentre il terzo raggiunge il buttafuori, ferendolo alla spalla. L’uomo viene soccorso e trasportato d’urgenza all’ospedale Sant’Eugenio, riuscendo fortunatamente a sopravvivere.

Subito dopo la sparatoria, i due fuggono in auto. Le indagini, affidate agli agenti del commissariato Esposizione, si sviluppano rapidamente grazie alle immagini delle telecamere di sorveglianza, che permettono di identificare i responsabili e ricostruire nel dettaglio la sequenza dei fatti.

Nel frattempo, il locale viene chiuso per motivi di ordine pubblico.

Il procedimento arriva così davanti ai giudici di piazzale Clodio. L’accusa, rappresentata dal pubblico ministero Silvia Santucci, contesta il concorso in tentato omicidio. La sentenza di primo grado condanna Sagoni a otto anni di reclusione, mentre il complice dovrà scontarne quattro.

Al momento della decisione, Sagoni risulta irreperibile, mentre l’altro imputato si trova agli arresti domiciliari.

Le difese hanno già annunciato ricorso in appello, contestando sia la ricostruzione dei fatti sia l’inquadramento giuridico della vicenda.

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