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Con Lennon e Harrison, prima di diventare i Beatles, facevamo l’autostop. Da piccolo sono stato rapinato da due ragazzi

La memoria, la riflessione e il trascorrere del tempo. Sono questi i temi su cui ruota “The Boys of Dungeon Lane”, il diciottesimo album solista di Paul McCartney. Le 14 canzoni compongono un piccolo scrigno che racchiude molti dei momemti intimi del passato del grande artista: la sua infanzia nella Liverpool del dopoguerra, i genitori, le prime avventure condivise con George Harrison e John Lennon, quando ancora i Beatles non esistevano, i pomeriggi trascorsi sul Mersey con il libro di birdwatching in mano, “bar pieni di fumo e chitarre economiche” e sogni, tanti sogni. Il disco è stato registrato tra una tappa e l’altra di un tour mondiale durato cinque anni, tra Los Angeles e il Sussex. Senza pressioni da parte della casa discografica né scadenze. Il lavoro è stato fatto con il produttore Andrew Watt (ha lavorato con i Rolling Stones, Ozzy Osbourne, Pearl Jam, Iggy Pop e Elton John. Oltre che con Miley Cyrus, Post Malone, Dua Lipa, Justin Bieber e Lady Gaga; ndr) che ha dato una nuova linfa vitale a tutto il progetto e ha spinto l’artista a suonare tutto il disco.

“’The Boys of Dungeon Lane’ è un album e non una raccolta di singoli, – ha detto il cantautore – rappresenta un luogo, in cui puoi andare. Spero solo che le persone possano sedersi, rilassarsi, mettere su il vinile, o le cuffie, o il telefono, o ascoltarlo in streaming, o qualsiasi altra cosa, e godersi l’ascolto. Questo è il mio obiettivo, cercare di offrire qualcosa che le persone possano apprezzare, e più lo apprezzano, più sono contento”.

Ad aprire le ‘danze’ del nuovo progetto discografico è stata una canzone, non scelta a caso, dal titolo “Days We Left Behind”, “I giorni che ci siamo lasciati alle spalle”. E infatti la canzone racchiude molti dei ricordi legati a Liverpool. “C’è un passaggio a metà che parla di John e di Forthlin Road, la strada in cui vivevo. – ha spiegato l’artista – Dungeon Lane è lì vicino. Vivevo in un posto chiamato Speke, paese fortemente caratterizzato dalla classe operaia Non avevamo quasi niente, ma non importava perché tutte le persone erano fantastiche e non ti accorgevi di non avere molto. È la canzone preferita di mia moglie sull’album e quando la facciamo ascoltare alla gente diciamo che non c’è bisogno di piangere, poi alzi lo sguardo e vedi che la gente piange”.

(Photographer credit Mary McCartney)


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