Compiti delle vacanze, sì o no? Cosa ne pensano gli esperti
5 aprile 2026 – ore 11:30 – Con l’arrivo delle vacanze di Pasqua torna puntuale una domanda che divide famiglie e docenti: è davvero utile assegnare i compiti delle vacanze, o può risultare in molti casi controproducente? Tra nuove esigenze didattiche, una maggior sensibilità per il benessere emotivo degli studenti e l’avvento dell’intelligenza artificiale, la risposta appare sempre meno scontata. Da un lato, alcuni studi evidenziano che le lunghe pause scolastiche, se escludono lo svolgimento di attività didattiche di consolidamento, possono portare ad una perdita effettiva di conoscenze, la cosiddetta “learning loss”. In realtà, la maggior parte degli studi effettuati a riguardo è stata condotta sulla “summer learning loss”, prendendo in considerazione i periodi di stacco più prolungati, caratteristici della pausa estiva. Inoltre, come sottolinea Marianna Ravazzini, grafologa forense dell’età evolutiva, queste ricerche offrono “una visione piuttosto generalista”, che probabilmente non tiene conto dell’attuale e crescente complessità del contesto scolastico. Oggi le classi risultano particolarmente eterogenee e, tra bisogni educativi speciali, diagnosi e piani didattici personalizzati, “l’insegnante si trova in una posizione piuttosto delicata”. Per questo, parlare di compiti in modo rigido rischia di semplificare una questione ben più ampia: “è giusto chiedersi quale sia l’utilità dei compiti delle vacanze”, ma la risposta “ha tante sfaccettature, e va valutata caso per caso”.
Sicuramente, l’impatto delle attività assegnate per le vacanze di Pasqua è limitato: “Si tratta di un periodo molto breve” puntualizza Ravazzini, “perciò, in generale, la prassi è quella di non assegnare compiti. Naturalmente, ogni insegnante valuta questa scelta anche in base a quanto si sente indietro o avanti rispetto al programma che desidera seguire.” Da un lato, c’è chi concepisce i compiti a casa come un feedback necessario del lavoro svolto a scuola: dall’altro, c’è chi crede che vada data fiducia al lavoro quotidiano degli insegnanti in aula, senza caricare gli alunni di ulteriori attività di rinforzo. Le indicazioni ministeriali più recenti, incluse nella Circolare ministeriale 2443/2025, invitano a un maggiore equilibrio nel carico di lavoro tra compiti in classe ed esercizi a casa, con l’intento di salvaguardare il riposo nei giorni festivi e nei fine settimana. Inoltre, una nota specifica richiama l’importanza della scrittura manuale come strumento di apprendimento. In questo senso, proprio la scrittura può diventare un’alternativa ai compiti tradizionali: attività creative, esercizi grafici o momenti di riflessione personale permettono di sviluppare competenze diverse, dall’introspezione alla creatività. “Si può sperimentare l’emozione di tenere un diario segreto, provare per la prima volta a scrivere una lettera, o anche solo una cartolina a un amico, come nostalgia di una comunicazione lenta nell’era dei selfie e dei social” suggerisce Ravazzini. Insomma, può risultare utile cimentarsi con attività creative sganciando la scrittura dall’aspetto meramente didattico.
Parallelamente, nell’assegnare i compiti delle vacanze bisognerebbe tenere in considerazione un fattore spesso trascurato: l’impatto emotivo di quest’incombenza da sbrigare. Raccontando la propria esperienza di educatrice del gesto grafico, Ravazzini ammette che “in estate preparavo il quaderno degli esercizi per i bambini, perché magari li avrei rivisti solo a settembre. Puntualmente, il quaderno mi tornava intonso”. La tendenza diventa rivelatrice di “un carico emotivo legato ai compiti” che, in alcuni casi, rischia persino di interferire con l’apprendimento. “Quando vengono rilasciati gli ormoni dello stress, la capacità di apprendimento risulta in parte compromessa” spiega Ravazzini. “Il mio ruolo è quello di coaudivare e potenziare il lavoro dell’insegnante, perciò lascio la palla a chi di dovere” sottolinea la grafologa, “ma mi sento di dire che, a volte, dare i compiti può diventare controproducente.”
Su una linea complementare si colloca la riflessione di Elisa Mengato, insegnante alla Scuola Secondaria di Primo Grado. “Partiamo dal significato della parola vacanza, che fa riferimento alla mancanza di qualcosa: significa essere vuoto, e quindi libero da impegni.” Le pause didattiche, secondo la docente, dovrebbero rispecchiare questa premessa, offrendo agli studenti del tempo per “divertirsi”, ovvero “fare qualcosa di diverso” e uscire dalla routine. I compiti vengono spesso percepiti come “un’incombenza da svolgere il più rapidamente possibile”: con l’avvento dell’intelligenza artificiale, “i compiti meramente compilativi risultano un fastidio al quale si può porre rimedio utilizzando semplici scorciatoie.” Di conseguenza, sottolinea la professoressa, gli esercizi per casa rischiano di diventare inutili: per questo gli insegnanti dovrebbero “trovare un nuovo significato alla parola compiti”. Nella sua pluriennale esperienza, la docente ha sempre utilizzato la stessa misura, assegnando sia per le vacanze di Pasqua, sia durante la pausa natalizia, lo stesso carico di lavoro che solitamente assegnerebbe da una lezione all’altra. “L’unica attività extra che continuo a incoraggiare, perché ci credo profondamente, è la lettura di libri”. Un’esperienza di crescita individuale, di curiosità, di conoscenza “che non si può lasciare da parte e che nessun riassunto fatto con l’intelligenza artificiale può sostituire”. A risultare particolarmente efficaci sono anche i cosiddetti compiti di realtà, attività concrete e legate all’esperienza personale: presentare un libro letto di recente ai compagni attraverso un’esposizione multimediale, magari in stile BookTok, oppure disegnare mettendo in pratica quanto appreso durante le ore di educazione artistica, o ancora darsi da fare aiutando in casa, sono degli esempi di compiti di realtà. “Si può invitare lo studente a tenere un diario alimentare per rendersi conto delle proprie abitudini, inserendo l’attività in un contesto di educazione alimentare, oppure un diario dei consumi, in un’ottica di educazione alla sostenibilità” spiega la docente, suggerendo varie alternative che la scuola potrebbe iniziare a proporre. “Il punto chiave” conclude, “è trovare l’innesco per la curiosità, affinché i ragazzi si mettano in moto in prima persona e provino soddisfazione nello svolgere le attività indicate dall’insegnante”.
Articolo di Benedetta Marchetti




