“Come tornare a scuola dopo La Spezia”, Fini e Caico: due dirigenti scolastici, due lettere, una sola comunità educante dopo l’uccisione di uno studente

Un ragazzo ucciso a scuola, accoltellato da un altro ragazzo. Una frase che pesa come un macigno, che non ha bisogno di essere spiegata, perché contiene già tutto il dolore e tutta l’assurdità dell’accaduto. È da qui che parte la lettera di Antonio Fini, dirigente scolastico dell’I.I.S. G. Capellini – N. Sauro di La Spezia, istituto che comprende il Liceo Scientifico opzione Scienze Applicate e l’Istituto Tecnico settore Tecnologico, una scuola che conosceva la vittima, che l’aveva accolta come studente e che oggi si ritrova a fare i conti con un dolore che non è astratto, ma profondamente concreto
«Un ragazzo ucciso a scuola. Accoltellato da un altro ragazzo. Una vita che non ci sarà più, un’altra rovinata». In queste parole non c’è solo la cronaca di un fatto, ma la consapevolezza che la violenza non distrugge mai una sola esistenza. Ogni gesto estremo lascia dietro di sé una scia lunga, fatta di famiglie spezzate, comunità ferite, adulti che si interrogano sul proprio ruolo.
Fini aggiunge subito un passaggio che colpisce per la sua lucidità: «Per “futili motivi”, si dice. Come se non fossero sempre futili, in fondo». È una frase che smonta la narrazione rassicurante dei “motivi futili”, perché nessun motivo può mai reggere il peso di una morte. Chiamarli futili serve solo a prendere distanza, a convincersi che ciò che è accaduto non ci riguarda davvero.
La scuola che “perde l’innocenza”
Uno dei passaggi più forti della lettera di Antonio Fini è quello in cui afferma che «ieri la scuola ha perso l’innocenza: un luogo “sacro” è stato violato». Definire la scuola un luogo sacro non è un’esagerazione retorica, ma il riconoscimento del suo valore simbolico. La scuola è il luogo in cui una società affida i propri figli, il luogo in cui dovrebbe essere possibile sbagliare senza morire, crescere senza paura, confrontarsi senza violenza.
Dire che la scuola perde l’innocenza significa riconoscere che nulla può essere più come prima, che anche l’idea di protezione assoluta è stata incrinata. Ma significa anche rifiutare l’assuefazione, rifiutare l’idea che tutto questo sia “normale”.
Fini non parla solo della propria scuola, ma allarga immediatamente lo sguardo alla città e all’altra comunità scolastica colpita direttamente, dichiarandosi «unito nel dolore con la famiglia, con i docenti, la dirigente scolastica, le studentesse e gli studenti, tutto il personale dell’Einaudi-Chiodo». È un gesto importante, perché afferma che il dolore non ha confini amministrativi, che la scuola è una comunità diffusa, che ciò che accade in un istituto riguarda tutti.
«Come torniamo a scuola»
La domanda che attraversa la lettera di Fini è semplice solo in apparenza: «Come torniamo a scuola, lunedì?». È una domanda che non riguarda gli orari, le lezioni, i programmi. Riguarda il senso stesso dell’andare a scuola dopo che qualcosa di irreparabile è accaduto.
Tornare a scuola significa guardare negli occhi studenti che hanno paura, docenti che si sentono impotenti, famiglie che si chiedono se la scuola sia ancora un luogo sicuro. Significa fare i conti con un dolore che non si risolve in pochi giorni e con una responsabilità che pesa sulle spalle degli adulti.
Fini osserva con amarezza che, accanto al dolore, «sale il rumore». Troppe parole, troppe accuse, troppe prese di posizione immediate. È il rumore che segue ogni tragedia, fatto di slogan, di soluzioni drastiche, di semplificazioni. Ma il dirigente invita a un’altra postura: il silenzio che precede la riflessione, il tempo necessario per capire, per non dire cose che non aiutano.
La proposta “piccola” ma radicale di Antonio Fini
Con grande onestà intellettuale, Fini scrive di non avere le competenze per intervenire sui grandi sistemi, di non sapere se serviranno i metal detector, l’inasprimento delle pene, gli esperti esterni. Ma afferma una certezza che nasce dall’esperienza quotidiana: «So che lunedì ci saremo sempre e solo noi, a scuola».
È qui che la lettera compie il suo passaggio più radicale. Al di là delle decisioni politiche, delle riforme, delle misure emergenziali, la scuola resta fatta di persone che ogni giorno entrano in aula. Ed è su queste persone che si gioca la vera partita educativa.
«L’unica via possa essere soltanto provare a cambiare qualcosa dentro di noi», scrive Fini. Non è un invito generico, ma una chiamata alla responsabilità individuale e collettiva. Cambiare il modo di stare in relazione, aumentare il “tasso di gentilezza”, abbassare l’ansia, evitare parole dure, prestare più attenzione ai bisogni degli altri.
È un elenco che sembra semplice, ma che in realtà chiede molto, soprattutto agli adulti. «Questo impegno riguarda tutti, famiglie, studentesse e studenti, ma interpella in modo particolare noi adulti». Perché l’esempio, come ricorda il dirigente, è sempre il primo strumento educativo.
La voce di Monfalcone: la lettera di Vincenzo Caico
A pochi giorni di distanza, da Monfalcone arriva un’altra lettera che dialoga idealmente con quella di La Spezia. A scriverla è Vincenzo Caico, dirigente scolastico dell’IIS Michelangelo Buonarroti, istituto che comprende Liceo Scientifico, Liceo delle Scienze Applicate, Liceo Sportivo e Liceo Linguistico
Caico si rivolge alla propria comunità scolastica riconoscendo subito lo sgomento e la tristezza che una notizia del genere porta con sé. «Di fronte a eventi di questa portata non bastano le parole, ma il silenzio non è un’opzione». È una frase che chiarisce il compito della scuola: non tacere, ma aiutare a dare senso.
Il dirigente elenca le emozioni che attraversano studenti e adulti, paura, rabbia, smarrimento, incredulità, e afferma che la scuola ha il dovere di fermarsi e riflettere, soprattutto mentre all’esterno si moltiplicano proclami e richieste di soluzioni immediate.
«La violenza non nasce mai all’improvviso»
Uno dei passaggi centrali della lettera di Caico è l’affermazione netta che «la violenza non nasce mai all’improvviso». È una frase che richiama direttamente la responsabilità educativa, perché sposta l’attenzione dal gesto finale al percorso che lo ha reso possibile.
Secondo Caico, la violenza affonda le sue radici nell’incapacità di riconoscere e gestire le emozioni, nel fraintendimento dei sentimenti, nel possesso scambiato per amore, nella mancanza di rispetto per sé e per l’altro. È una diagnosi che chiama in causa l’educazione affettiva ed emotiva come parte essenziale della formazione.
Da qui nasce anche la sua critica alla scorciatoia securitaria: «Installare i metal detector all’ingresso delle cosiddette “scuole a rischio” non è la soluzione. Occorre altro». Non è un rifiuto ideologico della sicurezza, ma la consapevolezza che il controllo, se non è accompagnato da educazione, rischia di produrre nuova frustrazione.
Educare come forma di prevenzione
Per Caico, educare significa insegnare a dare un nome alle emozioni, ad ascoltarle senza esserne travolti, a comunicare il disagio, a chiedere aiuto, a riconoscere i limiti e la libertà dell’altro. «Nessun sentimento giustifica la violenza. Nessuna relazione può fondarsi sul controllo, sulla paura o sull’annullamento dell’altra persona».
La scuola, scrive il dirigente, «è e deve restare un luogo sicuro, in cui è possibile parlare, confrontarsi, sbagliare e crescere». Anche l’errore viene restituito alla sua funzione educativa, come tappa necessaria del percorso di crescita.
Due lettere, una stessa responsabilità
Le lettere di Antonio Fini e Vincenzo Caico, pur scritte in contesti diversi e rivolte a comunità differenti, sembrano rispondersi a distanza. Entrambe rifiutano il rumore, entrambe richiamano la centralità della relazione, entrambe affermano che la scuola non può limitarsi a sorvegliare, ma deve continuare a educare.
Sono parole che non cercano soluzioni facili, ma indicano una direzione. Una direzione fatta di ascolto, di responsabilità adulta, di gentilezza praticata, di educazione emotiva e civile. In un tempo in cui la tentazione di rispondere alla violenza con altra durezza è forte, queste lettere ricordano che la scuola, per restare fedele a se stessa, deve continuare a credere nella forza dell’educazione.
E forse è proprio da qui, da queste parole sobrie e profonde, che si può ricominciare a rispondere alla domanda più difficile: come torniamo a scuola, lunedì.
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