Come il neocalcio ha trasformato stadi, tifosi e tradizioni
Non ce ne siamo accorti. Ci è passata sotto gli occhi, ma non l’abbiamo vista. Forse per abitudine, forse per pigrizia. Forse perché non è facile accettare dei mutamenti che ci allontanano dalle vecchie certezze, da quel calcio in cui siamo cresciuti.
Succede in tante cose della vita di essere improvvisamente sorpresi da un evento che diventa simbolico, uno spartiacque tra un prima e un dopo. Pensiamo nella grande storia alla caduta del muro di Berlino, alla nascita di un movimento, alla fine di un amore, a un rito che di punto in bianco non si ripete più.
In questo caso, parliamo di una rivoluzione – quella del calcio – di cui facciamo fatica a ricordare quando sia avvenuta. O se, come vediamo in questi ipertrofici Mondiali americani a 48 squadre, è ancora in pieno svolgimento. Certo i gol di Messi, Mbappè e Halland, con la loro fragorosa spettacolarità, ci danno l’illusione che tutto sia come prima quando ci esaltavamo per i trionfi della nostra Nazionale. Lo stesso Europeo vinto nel 2021 dall’Italia, ci ha dolcemente imbrogliato, facendoci credere che il calcio fosse sempre uguale a sé stesso, dove una volta si vince e una si perde. Dove si perpetua quell’antica magia di farci tornare bambini legati da un’appartenenza comune.
Inutile: quel calcio lì, con i suoi ingenui riti romantici, i suoi appuntamenti fissi alla domenica, la corsa ad ascoltare “90esimo minuto”, non c’è più. È un reperto del passato, qualcosa che appartiene al Novecento, buono da riproporsi nelle trasmissioni sportive dove i vecchi campioni – sempre quelli – ci raccontano, per l’ennesima volta, come erano bravi, come erano genuini. Il terzino faceva il terzino, il bomber doveva pensare solo a segnare, non c’erano il Var e l’hydration break era una diavoleria ancora da inventare. Se proprio avevi sete, bastava una bottiglietta d’acqua lanciata dal massaggiatore e tornavi fresco come una rosa
Che tutto questo fosse retaggio del passato lo sapevamo. Ma a svegliarci con una potente doccia fredda sono stati due nostri colleghi, Bruno Bartolozzi ed Enrico Currò che con il loro bel libro “il Neocalcio”, hanno messo nero su bianco quello che è successo in questi ultimi trent’anni, da quando cioè il business, attraverso il potere dei fondi che hanno trasformato i gloriosi club in voci di asset finanziari, ha spazzato via il primitivo fanciullino che era alla base di questo gioco così semplice e coinvolgente.
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