Clampdown – Il suono di qualcosa che si rompe

Nei supermercati non c’è più nulla. Gli scaffali vuoti sembrano improvvisamente più eloquenti di tanti discorsi. Le pompe di benzina sono chiuse, il carburante è finito, eppure le automobili continuano ad andare su e giù, nervosamente, ostinatamente, come se muoversi fosse già una soluzione. Come se bastasse restare in movimento per sentirsi vivi, produttivi, impegnati. Come se fermarsi fosse diventato intollerabile. E invece, forse, proprio adesso sarebbe necessario fermarsi.
Spegnere il motore. Abbassare il volume. Lasciare il telefono sul tavolo. E ascoltare. Perché fuori c’è un mondo che urla. Non è un urlo nuovo. È una vecchia canzone che continuiamo a fingere di non conoscere, anche se ne abbiamo ascoltato il ritornello mille volte. Cambiano le città, le lingue, le bandiere, i governi, ma la melodia rimane, ostinatamente, la stessa: egoismo, sopraffazione, prepotenza, avidità. Chi possiede molto vuole ancora di più. Chi è ricco pretende altra ricchezza. Chi detiene il potere pretende altro potere. Chi è forte vuole diventare ancora più forte.
E, quasi sempre, guarda con disprezzo verso il basso. Verso chi se la passa peggio. Chi protesta. Chi chiede qualcosa in più. Chi attraversa una frontiera. Chi lascia la propria terra. Chi sciopera. Chi blocca una strada. Chi occupa una piazza. Chi tenta, disperatamente, di spostarsi, muoversi, cambiare, perché restare dov’è significa accettare una vita che non considera più degna di essere vissuta.
Salute. Pace. Sicurezza. Istruzione. Lavoro. Casa. Stabilità. Famiglia. Futuro.
Per alcuni sono parole quasi banali. Note naturali di una musica ascoltata fin dall’infanzia, tanto familiare da non accorgersi più nemmeno che esista. Per altri, invece, sono un sogno remoto. A volte un miraggio. Altre volte una conquista da strappare alla storia. E in molti luoghi del mondo persino pronunciarle significa compiere un atto di insubordinazione. Chiedere una casa può essere ribellione. Chiedere uno stipendio dignitoso può essere ribellione. Chiedere cure può essere ribellione. Chiedere libertà può essere ribellione. Chiedere un futuro può essere ribellione. E la ribellione, ancora oggi, può essere pagata con il carcere, con la tortura, persino con la vita.
Finché tutto questo accade lontano, però, riusciamo a sopportarlo benissimo. Scorrono le immagini sui nostri schermi: guerre, migrazioni, rivolte, repressioni, genocidi, fame, città distrutte, corpi, sirene, incendi. Guardiamo per qualche secondo, magari lasciamo un commento indignato, poi un dito scivola sullo schermo e arriva un’altra immagine. Una pubblicità. Una ricetta. Una partita. Una vacanza. Un animale buffo. La tragedia mondiale è diventata una traccia qualsiasi nella nostra playlist quotidiana. Se non ci piace, premiamo avanti.
Il problema nasce quando quella musica arriva sotto casa. Quando ciò che, normalmente, appartiene all’altra parte del pianeta si avvicina alle nostre belle abitazioni, alle nostre esistenze relativamente agiate, ai ristoranti, alle automobili, ai fine settimana, alle piccole frivolezze sulle quali abbiamo costruito l’illusione della normalità. Allora il rumore diventa insopportabile. Non vogliamo sapere perché qualcuno protesta. Vogliamo soltanto che smetta. Non vogliamo comprendere da dove provenga la rabbia. Vogliamo che qualcuno abbassi il volume.
E se per farlo servono esercito, polizia, lacrimogeni, manganelli, proiettili di gomma, fermi, arresti, cariche, poco importa. Tutto è accettabile purché torni il silenzio. Purché possiamo nuovamente fare il pieno, attraversare indisturbati le strade, passeggiare nei centri commerciali, riempire i ristoranti e scorrere divertiti uno schermo sul quale, dall’altra parte del globo, sta accadendo qualcosa di terribile. Abbiamo sviluppato una singolare idea di pace: non l’assenza dell’ingiustizia, ma l’assenza del rumore prodotto da chi la subisce.
Così, se a Milano qualcuno rompe le vetrine dei negozi del centro, magari quelle appartenenti alle multinazionali più ricche del pianeta, improvvisamente tutto il resto scompare. Non esistono più disagio, precarietà, rabbia sociale, esclusione. Rimangono soltanto il vetro infranto e la merce rubata. La vetrina diventa più importante di ciò che accade dall’altra parte della vetrina. E quelli che protestano vengono trasformati tutti, rapidamente, in ladri, violenti, delinquenti. Non più persone da comprendere, non più un fenomeno sociale a cui dare risposte, non più il sintomo di qualcosa che forse sta marcendo sotto la superficie, ma semplicemente un problema di ordine pubblico. È una tecnica antica: se non puoi rispondere alle ragioni della protesta, scredita chi protesta.
Accade lo stesso quando qualcuno manifesta contro il caro vita, contro stipendi ormai del tutto scollegati dal costo reale dell’esistenza, contro servizi sociali e sanitari che mostrano, sempre più chiaramente, le proprie difficoltà. Improvvisamente compaiono mafie, criminalità, oscuri interessi, manipolatori nascosti. Fino ad arrivare alla Russia. La Russia sembra, ormai, essere diventata una specie di basso continuo della nostra narrazione pubblica: una nota grave che può essere inserita sotto qualsiasi spartito per trasformare un problema sociale in una questione di sicurezza. L’ipotesi che dietro certe proteste possano nascondersi interessi russi appare così funzionale da risultare quasi perfetta: permette di non parlare più delle ragioni concrete della protesta. Non degli stipendi. Non dei prezzi. Non del carburante. Non delle difficoltà delle imprese. Non della sanità. Non dei servizi. Non della precarietà.
Si cambia tonalità. Il disagio sociale diventa sabotaggio. La protesta diventa infiltrazione. La rabbia diventa complotto. E così si arriva al paradosso di immaginare che un Paese che descriviamo contemporaneamente come capace di minacciare l’intera Europa, sabotarne le infrastrutture tecnologiche, condizionarne le democrazie e colpire ovunque desideri abbia bisogno, per mettere in difficoltà l’Italia, di arruolare autotrasportatori italiani residenti al Sud. Una spiegazione talmente sproporzionata da sembrare costruita appositamente per evitare quella molto più semplice e molto più scomoda: forse esiste davvero un problema.
Forse qualcuno non ce la fa più. Ed è proprio questa possibilità che la politica sembra incapace di ascoltare. Perché la politica, ormai, sembra aver perso il contatto con la strada. Vive dentro un mondo fatto di numeri, sondaggi, percentuali, talk show, slogan, dichiarazioni, clip di trenta secondi e campagne elettorali permanenti. Il Governo appare incapace di elaborare risposte concrete e strutturali e preferisce, spesso, il registro delle misure punitive, delle promesse e della propaganda mediatica. L’opposizione, dall’altra parte, sembra, troppo frequentemente, impegnata in battaglie di principio e discussioni lontane dalla materialità della vita quotidiana.
E nel frattempo c’è qualcuno che deve pagare l’affitto. Qualcuno che aspetta mesi per una visita medica. Qualcuno che lavora e rimane povero. Qualcuno che non riesce più a immaginare di avere una casa. Qualcuno che rinuncia a un figlio. Qualcuno che parte. Qualcuno che torna a vivere con i genitori. Qualcuno che chiude un’attività. Qualcuno che protesta. Ma questa voce non entra quasi mai nello spartito. Oppure entra soltanto quando diventa abbastanza forte da disturbare.
Ed è forse questo l’aspetto più triste. Non sembra esserci nessuno capace di proporre una musica nuova. Tutti difendono la propria parte, il proprio pubblico, il proprio piccolo privilegio, il proprio diritto acquisito, la propria rendita, il proprio spazio di potere. Tutti suonano sempre lo stesso pezzo e continuano ad aumentare il volume nella speranza che nessuno si accorga che la melodia è finita da tempo.
Intanto il Paese arretra. Si incattivisce. Si ammala. Invecchia. Dimentica. Si avvelena. E lentamente muore. Forse per questo, davanti agli scaffali vuoti e alle pompe di benzina chiuse, la cosa più rivoluzionaria non sarebbe correre a cercare l’ultimo distributore ancora aperto. Sarebbe fermare l’automobile. Spegnere il motore. Rimanere per qualche minuto in silenzio. E, finalmente, ascoltare quel rumore che ci infastidisce tanto. Perché potrebbe non essere soltanto il rumore di una protesta. Potrebbe essere il suono di qualcosa che si rompe. E, ancora più inquietante, potrebbe essere il suono di qualcosa che abbiamo lasciato rompere per anni, continuando, tranquillamente, a interessarci solo di noi stessi.
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