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Citizen Vigilante, un “Giustiziere” che manca dello spessore dei film di De Niro, Eastwood e Bronson

Non ci sarebbe bisogno di spendere parole riguardo un film di tal fatta, se non fosse per il fatto che “Citizen Vigilante” è stato postato dal proprietario di “X”, ex Twitter, disponibile gratuitamente per 24 ore affinchè avesse massima diffusione.

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Sicuramente Elon Musk si è preoccupato di divulgare il messaggio contenuto nel lavoro di quel mattacchione di Uwe Boll. Una volta David Lynch rispose alla domanda su che messaggi veicolassero le sue opere con: ” Se avessi voluto mandare un messaggio avrei usato il fax”. Già questa risposta basterebbe a stroncare il film qui recensito.

Nemico delle complessità, volgare stratega nel solleticare le emozioni più retrograde, furbo ma non intelligente sociologo della realtà, Boll realizza con scarso talento e mediocrissima fantasia, un pamphlet revanscista che, con la formula del rage bait fornisce in pasto a una fetta della popolazione una soluzione alle complessità del mondo contemporaneo.

Michael Sanders, ex ufficiale dell’esercito, decide di diventare un giustiziere solitario e di eliminare una banda di criminali che ha violentato una minorenne. Proprietario di una vasta catena di immobili negli U.S.A. e in Europa, usa la rete per raccontare la sua vita e le sue idee sulla realtà. Che, lasciando da parte pezze d’appoggio esistenziali e filosofiche, si riduce al fatto che tutti i problemi fel nostro tempo sono causati dagli immigrati arabi. Così, sic et simpliciter. Per portare avanti la sua battaglia non esita a uccidere chiunque gli metta i bastoni tra le ruote. Fosse un gruppetto di ragazzini maleducati, un’intero gruppo di SWAT o un’intera famiglia araba.

E già qui si rabbrividisce ma si capisce anche che corde vuole toccare Boll per farle risuonare ad alcuni strati della popolazione che vive un momento storico complicatissimo. Sulle sue tracce un commissario dell’Interpol che alla fine dovrà scendere a patti col giustiziere. Qualcuno potrebbe obbiettarmi che di film così è pieno il cinema, che la propaganda è vecchia quanto Lumière. E avrebbe le sue ragioni. Da Clint Eastwood a Charles Bronson fino a Liam Neeson, di film in cui un individuo lotta contro il male ne abbiamo visti. Ma Boll nemmeno si sogna di mettere in scena la ben che minima complessità.


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Se “Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo” presentava un antieroe dalle diverse sfumature e un vilain legato al paradosso di voler compiere omicidi seriali ma indossando una cintura con la fibbia a forma di simbolo della pace; se l’architetto ex liberal poi convertito alla giustizia privata de “Il giustiziere della notte” era protagonista di un film subdolo e revanscista ma almeno gli avevano toccato gli affetti privati, qui Boll prende un personaggio benestante, di bell’aspetto, vestito come Musk (forse per coincidenza) il quale neanche ci prova ad essere sfaccettato.

Eppure le carte per analizzarne aspetti patologici ce ne sarebbero: Sanders va a prostitute, in un bordello di cui è proprietario dell’immobile e mentre fa sesso scorge una macchia d’umidità sul soffitto e suggerisce alla prostituta di far arieggiare la stanza. In un’altra scena rapisce un ministro sin troppo lassista, secondo lui, e per fargli vedere che gli uomini sono supini alla legge, si mette nella corsia opposta e fa uscire fuori strada un’auto, che non cambia corsia e si schianta. Ok, vogliamo tirare fuori “Taxi Driver”? Travis (De Niro) compie un atto di giustizia poetica ma Scorsese lo dota di tutte le patologie e le dissociazioni possibili. Una città malata produce soggetti malati, già fragili di loro. E “Taxi Driver”, ambientato nella caotica New York degli anni 70, è perfetto per parlare della messinscena di “Citizen Vigilante”; il primo è cinematograficamente un capolavoro, il secondo è girato con standard tecnici e di forma che persino certi film della Asylum risultano più curati. Fotografia amatoriale, camera che traballa a casaccio, montaggio schizoide, musiche inesistenti tranne quando si tratta di celebrare la carneficina finale della famiglia araba. Ma Uwe Boll va così fiero della sua cinematografia che una volta ha sfidati i critici a un vero incontro di boxe, mettendoli tutti al tappeto. Ecco, così funziona questa mentalità retrograda e a un tanto al chilo.

Eppure sono convinto che nemmeno il più fervente sostenitore della remigrazione potrà trovare piacere nel vedere questo film. Che, a prescindere dalle idee che sostiene, è davvero un grado zero del cinema. Per il resto spiace che Armie Hammer, che dopo l’arresto di carriera ha deciso di fare qualsiasi film per ricominciare, si sia cacciato in un autogol. Forse gli servirebbe un salvagente che non gli si sgonfi mentre cerca di restare a galla.

Citizen Vigilante
(2026, Germania-Croazia)
Regia: Uwe Boll
Con: Arnie Hammer, Costas Mandylor


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