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Chalk – Crystalpunk | Indie For Bunnies

Arrivano da Belfast, che non è esattamente il posto dove ti aspetti che qualcuno decida di trasformare il post-punk in una specie di rituale da club, ma forse è proprio per questo che i Chalk suonano così. In una città che continua a sputare fuori tensione, memoria, storia che non se ne va, loro hanno preso quella roba lì e invece di farci l’ennesima band arrabbiata, l’hanno infilata dentro una macchina elettronica che non si ferma mai.

Prima di “Crystalpunk”, il loro percorso passa attraverso una serie di EP, a partire da “Conditions” (2023), che funzionano come tappe di costruzione: tre uscite che non solo definiscono un suono, ma mostrano un’evoluzione chiara, dalla forma più “band” degli inizi fino a una fusione sempre più stretta tra elettronica e tensione post-punk. È un processo graduale, quasi strategico, che trova nel debutto il suo punto di sintesi.

E proprio “Crystalpunk”, primo vero album, li proietta immediatamente sotto i riflettori. La critica li ha presi sul serio subito, voti alti, entusiasmo, parole grosse. Ma la cosa strana è che “Crystalpunk” non sembra nemmeno un disco che vuole piacere. Sembra più uno di quei lavori che esistono perché dovevano esistere, e se ti ci incastri dentro sei fregato.

Credit: Arann McCormack

La prima cosa che colpisce è quanto poco questo disco abbia a che fare con l’idea classica di rock. Le chitarre ci sono, ma spesso sembrano più texture che strumenti; quello che domina è il ritmo, una pulsazione costante, quasi tirannica. Non è difficile immaginare questi brani più in un club che su un palco: cassa dritta, synth abrasivi, loop che si avvitano su se stessi fino a diventare ipnotici.

E forse è proprio qui che va cercata la chiave di tutto: i Chalk non fanno semplicemente “post-punk elettronico”. Il loro suono è qualcosa di più preciso e, allo stesso tempo, più sfuggente. Non è rock contaminato dall’elettronica, ma elettronica che usa il rock come corpo. È musica da club che prende in prestito la fisicità delle chitarre e la tensione del post-punk per trasformarsi in esperienza.

Ross Cullen e Benedict Goddard non suonano come una band. Suonano come due che stanno costruendo qualcosa e poi ci entrano dentro per vedere cosa succede.
Il rock arriva dopo, quasi come un innesto: una struttura che viene piegata e riutilizzata per dare corpo fisico a qualcosa che, alla base, resta elettronico.

Questo ribaltamento si sente fin dall’inizio. “Tongue” apre il disco con un’energia elettropunk, industrial che picchia senza tregua. La voce è urlata, arrabbiata, quasi disperata: “torno all’inferno o dovrei andare a fottere me stesso?”. Non c’è una scelta tranquilla, non c’è via d’uscita. E soprattutto non c’è liberazione: il brano non esplode, resta intrappolato in una tensione continua, come se girasse su sé stesso senza mai sfogarsi davvero.

Con “Pain” i toni si abbassano, ma solo in superficie. La rabbia si trasforma in qualcosa di più condiviso, più esposto. Qui c’è un racconto, una sofferenza che si apre, quasi una richiesta: qualcuno guarda in alto e si chiede se Dio sia ancora da qualche parte. È una tregua apparente, più fragile che rassicurante.

Poi arriva “I Can’t Feel It”, e il disco cambia ancora pelle. Una cascata elettronica, ritmata, quasi fluida, ma attraversata da una tristezza evidente. Il testo parla di un’assenza, di un’amicizia che non c’è più, di sensazioni che non torneranno. Il passato torna, ma lo fa come una ferita. La voce qui è diversa: più melodica, più intonata, meno ruvida. E proprio per questo più esposta. Trasmette qualcosa che non ha bisogno di essere spiegato.

È in questo movimento, dalla rabbia al dolore, fino alla memoria, che “Crystalpunk” comincia davvero a prendere forma.

“One-Nine-Eight-Zero” sembra aprire una porta diversa. È più orecchiabile, quasi radiofonico, e per un attimo dà l’impressione che i Chalk vogliano strizzare l’occhio a qualcosa di più accessibile. Il brano si muove attorno a una memoria che non è nemmeno del tutto loro, quella dei genitori, della loro giovinezza e proprio per questo suona più “romanzato”. Non è il momento più forte del disco, ma è difficile ignorarne l’attrazione.

Da lì in poi, il corpo prende il sopravvento. “Skem” è un vortice. Non pensi, ti muovi. È club puro, sudore, luci stroboscopiche, perdita di controllo. Sembra uno di quei pezzi che esistono solo quando li suoni davanti a qualcuno. E infatti si sente: questo è un disco che è stato provato addosso alla gente, non solo registrato.

E “I.D.C”. spinge ancora oltre questa direzione. Viene voglia di buttarsi in pista, di lasciarsi andare, ma qualcosa resta sempre fuori posto. Il cantato è melodico, quasi ipnotico: una specie di ninna nanna che però vuole tenerti sveglio. Ti culla, ma non ti lascia mai davvero tranquillo.

Tutto questo arriva da una scena, Belfast, che negli ultimi anni ha prodotto roba intensa, fisica, spesso brutale. Band come Gilla Band o Sprints hanno già fatto vedere quanto può essere potente quel contesto. Ma i Chalk non stanno giocando lo stesso gioco. Loro vogliono cambiare le regole, o almeno fingere di farlo abbastanza bene da convincerti.

C’è poi un dettaglio che riassume tutto questo: il guanto della copertina. Nato come oggetto per il live e diventato simbolo durante un concerto in apertura ai Fontaines D.C., è l’emblema perfetto di questa fase della band. Qualcosa di umano ma deformato, familiare ma disturbante.

“Ache” chiude il cerchio…o forse lo riapre. È un brano atmosferico, con una voce quasi sussurrata che sembra voler abbassare i toni, ma lo fa in modo ingannevole. È una rilassatezza fasulla. Il synth gira come una giostra paranoica, mentre la chitarra entra come un fastidio, un rumore che si allunga fino alla fine senza mai risolversi davvero.

Il disco si chiude lasciando addosso un’inquietudine strana, difficile da smaltire. E a quel punto hai due opzioni: buttarti su un altro disco per liberartene, oppure ricominciare da capo, tornando a quella domanda iniziale, chiedendoti se davvero dovresti fottere te stesso.


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