Cultura

Caterina Barbieri e Bendik Giske

Una “sorgente inquieta che scaturisce da noi”, per dirla con Sartre, e alla quale va data sempre e comunque una direzione: si potrebbe partire da una massima del celebre filosofo e scrittore francese per iniziare a cogliere l’essenza dello spirito che anima “At Source”, nomen omen di un disco che vede per la prima volta una accanto all’altro Caterina Barbieri e il norvegese Bendik Giske. Due acclamati compositori che fondono le loro alchimie con le macchine e i fiati in quattro partiture distese in studio a mo’ di mini-suite, tra sintesi analogica e scorribande al sassofono.

“At Source” mira fin da subito a enfatizzare due processi creativi in apparenza distanti. E’ un’opera che “riflette anche la naturalezza della collaborazione”, come afferma Barbieri, la quale poi aggiunge: “Un incontro alla sorgente, spontaneo, aggraziato e spontaneo”.
Barbieri e Giske si sono incontrati per la prima volta sei anni fa in Svizzera, al museo Kunsthaus Glarus, rimanendo entrambi affascinati dalle rispettive esibizioni. Un primo incontro a cui è seguita la rielaborazione di “Fantas” per “Fantas Variations” di Giske, che ha di fatto ulteriormente avvicinato i due. “La richiesta di Caterina è arrivata come conferma della convergenza di idee”, racconta appunto Giske.

“At Source” è nato per l’esattezza durante una residenza artistica all’Ica di Milano nel 2021, su invito dell’artista e curatore elvetico Jan Vorisek, suggellata poi dalla partecipazione di Giske nel tour “Light Years” della Barbieri. Ogni brano prende forma da un urto dicotomico tra corpo e macchina, con i pattern di Caterina Barbieri pensati per essere via via “indossati” da Giske, che sulla genesi dell’album svela: “Caterina mi ha costretto ad andare al cuore di ciò che sono e di ciò che ho da offrire”.
Si va, così, dall’introduttiva “Intuition, Nimbus”, che pare uscita da “Bokoboko” di Burnt Friedman, in particolare per la ritmica esotica in attacco, prima che però tutto converga dentro una sorta di wormhole sintetico. “Alignment, Orbit” espande a sua volta tale smania, disperdendo i due diversi approcci compositivi dentro una nebulosa. Mentre “Impatience, Magma” riappiana gli umori, con il sax lacrimante sullo sfondo che apre le porte a quella che si rivelerà una danza al synth eterea alla maniera tipica della Barbieri.

“Persistence, Buds” chiude in meditativa dissolvenza un joint-album ben architettato e confezionato. Uno di quei dischi che assumono inevitabilmente maggior respiro dal vivo, sottolineando quanto resti importante per due anime curiose incontrarsi fisicamente e scoprire di volta in volta le singolarità di ciascuno con il fine ultimo di lasciarle amabilmente collidere in uno spazio-tempo tutt’altro che figurato.

20/03/2026




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