Calabria

Catanzaro scopre i “poveri Cristi”, santi che ogni giorno fanno il miracolo di restare al mondo

Si intitola “Poveri Cristi” ed è l’ultimo spettacolo teatrale di Ascanio Celestini, attore e scrittore romano, soprattutto “raccontastorie”, attualmente in tournée in tutta Italia. Il 28 marzo, ore 21, sarà in scena nel Politeama “Mario Foglietti” di Catanzaro. «Chi sono i poveri cristi? Sono – dice Celestini – l’ultimo della classe quando ci stavano le classi differenziali per i poveri; la pecora nera nel manicomio che risolveva il problema per quelli che stavano fuori, ma non per quelli che stavano dentro; quello che sta inchiodato a qualche malattia senza colpa, ma anche senza futuro, eccetera. E se dico “eccetera” ho detto tutto. Ho detto tutti». Lui li racconta «come santi perché ogni giorno fanno il miracolo di restare al mondo». E in un’intervista ci dice tante altre cose.

Il romanzo e il significato

“Poveri Cristi” è anche un romanzo pubblicato nel 2025 da Einaudi che comincia così: «Cristo non è sceso dal cielo, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase, ma potrebbe finire qui». Come ce la spiega?

«Perché i personaggi cercano di trascendere per uscire fuori dal loro presente complicato. Servirebbe un miracolo, ma purtroppo loro non hanno nulla di divino anche se tendono verso il cielo».

La scelta dei personaggi

Fra i tanti “Poveri Cristi” creati dalla sua scrittura, ogni sera ne mette in scena solo alcuni. Quali sono i criteri di scelta? Geografici, temporali, intuito da attore-autore, altro?

«Uso criteri tecnici, non qualitativi. Per esempio, evito le storie più lunghe e complicate e scelgo quelle comprensibili anche senza il contesto. Comunque, sono tutte vicende, tratte da una precedente trilogia (“Laika”, “Pueblo” e “Rumba”), che si svolgono in un parcheggio, fra un magazzino e un supermercato, un luogo piccolo che aiuta la comprensione degli spettatori. Dei personaggi mi interessa soprattutto l’umanità».

Il linguaggio e la scrittura

In uno spettacolo del genere la scelta del linguaggio è fondamentale: come opera nella sua officina di scrittura?

«Quando mi dicono “parli sul palcoscenico come nella vita” per me è un grande complimento. Sono tutte storie di cui so bene struttura e possibili variazioni. Conosco bene le parole del chirurgo come del fabbro, del borghese e, appunto, degli ultimi, perché li ho cercati e li ho incontrati, è il mio lavoro. Dico sempre che c’è chi cucina per la famiglia e chi, professionista, per il ristorante. Io sono il professionista della cucina delle parole».

Il teatro e la narrazione

Lei si è dedicato soprattutto al teatro di narrazione, da solo in scena: una scelta ormai definitiva o conta di meravigliarci con testi con dialoghi e più interpreti? E, sia per il sì sia per il no, quali sono le principali motivazioni?

«Non credo al concetto di teatro di narrazione perché tutto il teatro è narrazione di storie, come Shakespeare, per esempio. Piuttosto sono contrario alla divisione dei ruoli che c’è nel teatro di regia. Secondo me, il teatrante che va in scena è tutto, completamente responsabile di ciò che porta in scena. Lo spettatore deve sentire che parlo direttamente con lui. Non occorre la catena di montaggio di regia, scenografia (io uso solo pochi oggetti), luci eccetera, posso fare tutto. Con me c’è solo un musicista, Gianluca Casadei, perché insieme possiamo improvvisare. Con altri attori accanto, improvvisare è quasi impossibile».

Religione e cultura

Nei suoi testi si è occupato di temi religiosi, da Gesù a San Francesco, e anche di Pasolini, un autore che ha avuto un rapporto personalissimo con la religione. Fra Vangeli e Pasolini lei come si pone?

«Come tutti coloro che sono nati dalle nostre parti: ho una formazione cattolica e, anche se non sono credente, non la rinnego. La ritualità mi appartiene, come probabilmente apparteneva a Pasolini, siamo cresciuti con le storie dei Vangeli. Ho dubbi su Dio ma non sulla cultura delle parole di Cristo, che sicuramente era un pacifista non violento, un valore che oggi ci manca».

Gli ultimi al centro

Nella sua gerarchia di valori, gli ultimi sono i primi (giusto per rimanere in tema evangelico). Si tratta di una scelta legata anche alla sua vita?

«Sì, vorrei portare gli ultimi in primo piano. Torno alla risposta precedente: Gesù comunicava con la parola e poi faceva atti concreti con i miracoli. Erano come un risarcimento per gli ultimi. Come se dicesse loro: è possibile. Ancor più ammiro San Francesco che si è fatto ultimo per scelta. Ma poi la fede è un’altra cosa».

Il rapporto con il pubblico

Pur toccando sempre temi estremamente seri, lei ha anche la capacità di far sorridere: è un suo modo di essere oppure è la ricerca di una maggiore complicità con il pubblico?

«Cerco la complicità, ma non per avere approvazione, non lavoro sulla battuta. L’attore rimane al di sotto della storia che racconta e non usa stratagemmi. Lo spettatore deve immaginare personaggi e luoghi, come in un film. Il sorriso rende le persone ben disposte verso la propria immaginazione».

Il futuro dei “Poveri Cristi”

Un’ultima domanda: in questo mondo in cui è in crescita il bellicismo, i “Poveri Cristi” sono destinati ad aumentare? Quale sarà la loro sorte?

«Probabilmente sì, perché sono persone che non hanno alternative, come lo erano, per esempio, le vittime del naufragio di Cutro, luogo dove sono recentemente tornato per l’anniversario. Gli ultimi sono quelli che si trovano al piano più alto di un grattacielo quando scoppia un incendio: non hanno alternative alla loro sorte. Siamo noi, non ultimi, a doverci dare da fare: arrivare sotto il grattacielo con gli idranti, con le scale, con il telone. Forse abbiamo bisogno di una conversione per vedere davvero gli ultimi: penso a padre Alex Zanotelli, quando dice che sono stati i baraccati africani che lo hanno inviato in Europa a “convertire la tribù bianca”».


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