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Caso Cristina Mazzotti, le motivazioni della condanna

Cristina Mazzotti non fu “mai considerata come persona da restituire salva una volta conclusa la trattativa, ma come bene disponibile, fungibile e consumabile nel perseguimento del profitto”. È quanto scrivono i giudici della Corte d’Assise di Como nelle motivazioni della sentenza che, lo scorso 4 febbraio, ha portato alla condanna all’ergastolo di Demetrio Latella e Giuseppe Calabrò, ritenuti responsabili del sequestro e dell’omicidio della diciottenne.

Era l’1 luglio 1975 quando la ragazza – che stava rientrando nella villa di famiglia, dopo aver festeggiato il diploma insieme ad amici – venne prelevata da un gruppo di banditi. Il giorno successivo al padre, un industriale dei cereali, fu chiesto il riscatto. Il padre riuscì a raccogliere un miliardo e 50 milioni a fronte del riscatto chiesto dai rapitori che era di 5 miliardi. Era il primo caso di rapimento dell’Anonima sequestri. Il 1 settembre, però, la giovane venne trovata morta in una discarica. Per il sequestro e l’omicidio di Mazzotti, il primo dell’Anonima sequestri nel Nord Italia, nel 1977 vennero condannate 13 persone, di cui 8 all’ergastolo. Tra questi non c’erano però gli esecutori materiali, dato che l’impronta di un palmo e due impronte digitali raccolte dalla Scientifica erano inutili con le conoscenze scientifiche dell’epoca.

Nelle motivazioni, i giudici collocano il delitto in un contesto preciso, quello “della stagione dei sequestri di persona che, a partire dalla metà degli anni Settanta, costituirono uno dei principali strumenti di accumulazione criminale della ‘ndrangheta nel Nord Italia”. Una stagione in cui il sequestro non era solo un crimine, ma un vero e proprio modello economico criminale. In questa prospettiva, spiegano i magistrati, l’azione di chi prelevò Cristina “non può essere ridotta alla semplice creazione di un rischio astratto”, ma “costituisce l’avvio consapevole e condiviso di una sequenza criminosa la cui logica interna comprendeva, fin dall’inizio, la concreta disponibilità alla soppressione della vittima pur di non compromettere l’esito dell’operazione”.

Decisivi, ai fini della condanna, sono stati diversi elementi. Oltre alla confessione di Latella – che già nel 2007 aveva ammesso la propria partecipazione al sequestro dopo il ritrovamento di una sua impronta sull’auto della giovane – ha pesato il riconoscimento da parte del fidanzato e di un’amica di Cristina. Entrambi, presenti la sera del rapimento, si sono detti certi che l’uomo “con il naso grosso” che li teneva sotto la minaccia di una pistola fosse proprio Calabrò. A distanza di cinquant’anni, la sentenza restituisce una verità giudiziaria che va oltre le responsabilità individuali e mette in luce la brutalità di un sistema criminale in cui la vita umana poteva essere sacrificata senza esitazione, in nome del profitto.

Nel 2007 la Banca dati digitale della Polizia abbinò una di quelle impronte al reggino Demetrio Latella, che aveva già alle spalle una lunghissima detenzione. Il giudice per le indagini preliminari ne respinse l’arresto per mancanza di esigenze cautelari, ma Latella ammise di aver sequestrato Cristina Mazzotti e disse di averlo fatto insieme a Giuseppe Calabrò e Antonio Talia, che invece negarono tutto. Il fascicolo fu archiviato nel 2012, dal momento che i reati contestati sarebbero stati prescritti.

Nel 2015, però, la Cassazione aveva stabilito che è imprescrittibile il reato di omicidio volontario e, grazie all’esposto presentato dall’avvocato Fabio Repici, la procura aveva aperto una nuova inchiesta. La chiusura indagine riguardava Demetrio Latella, Giuseppe Calabrò, Antonio Talia e – elemento nuovo dell’inchiesta – il boss Giuseppe Morabito, 78 anni, ritenuto l’ideatore del sequestro “a scopo di estorsione”.


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