Cartelle pazze Tari, Ama paga 4 milioni di euro per rimediare agli errori
Travolta da un’ondata di contestazioni sulle cartelle Tari, Ama decide di cambiare rotta e affidarsi all’esterno. L’azienda capitolina ha pubblicato un bando da oltre 4 milioni di euro per i prossimi quattro anni, con l’obiettivo di smaltire l’enorme mole di reclami generati da accertamenti spesso finiti nel mirino dei contribuenti per errori e incongruenze.
Il boom di ricorsi
Il punto di rottura è arrivato nell’autunno del 2025. In un solo mese, ottobre, sono stati inviati circa 72mila avvisi, a cui hanno fatto seguito oltre 8mila richieste di annullamento nel giro di poche settimane. Una valanga di pratiche che ha messo in crisi la macchina amministrativa, già appesantita da dati non aggiornati e criticità strutturali.
Tra le anomalie segnalate: utenze cessate da tempo ma ancora attive nei sistemi, errori nelle residenze, incongruenze toponomastiche e informazioni catastali non allineate. Un cortocircuito burocratico che i quasi 900 dipendenti interni non riescono più a gestire nei tempi richiesti.
Il piano: front-office e back-office
Il bando, dal valore complessivo di 4,08 milioni di euro, è articolato in due ambiti principali.
Il primo riguarda l’assistenza diretta ai cittadini: una task force esterna dovrà affiancare gli sportelli nella gestione delle richieste, con una capacità stimata di almeno 300 pratiche al giorno. L’obiettivo è aiutare i contribuenti a orientarsi tra gli avvisi e le procedure di contestazione.
Il secondo fronte è quello istruttorio, più tecnico e massivo: il soggetto incaricato dovrà lavorare migliaia di pratiche ogni mese, con un target che può arrivare fino a 10mila annullamenti. Tempi serrati e standard rigidi, con penali previste per i ritardi nella lavorazione.
Tensioni e contenziosi interni
La pressione sull’ufficio Tari si riflette anche sul clima interno. Un recente pronunciamento del Tribunale di Roma ha disposto il reintegro di un dipendente licenziato nei mesi scorsi, giudicando eccessiva la sanzione disciplinare legata alla gestione di alcuni annullamenti. Una decisione che ha riacceso il confronto tra azienda e sindacati, in particolare la FP Cgil, che denuncia carichi di lavoro insostenibili.
Lo scontro politico
L’esternalizzazione del servizio non ha mancato di sollevare critiche sul piano politico. Dalle opposizioni in Campidoglio arriva l’accusa di aver scelto una soluzione tampone, finanziata con risorse pubbliche, per rimediare a errori interni.
Una linea contestata soprattutto per il costo dell’operazione, considerato da alcuni esponenti come un intervento emergenziale più che strutturale.
La sfida resta aperta
L’obiettivo è quello di azzerare l’arretrato entro il 2026 e riportare il sistema a regime. Ma sullo sfondo resta il nodo principale: banche dati non aggiornate e sistemi informatici che continuano a generare errori a monte.
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