Piemonte

Capovilla: “Che emozione il successo nel cinema ma non lascerò mai il rock”


Reduce dalle passerelle romane dei David di Donatello, dove ha trionfato “Le città di pianura”, film di cui è coprotagonista, Pierpaolo Capovilla torna a indossare i panni del rocker e arriva mercoledì a Torino per esibirsi dal vivo insieme ai Cattivi Maestri. Abbiamo chiacchierato con lui alla vigilia del concerto in programma mercoledì alle 21 all’Hiroshima Mon Amour.

Com’è andata a Roma, tra il ricevimento al Quirinale e la cerimonia dei David di Donatello?

«A essere sincero, sono ancora incredulo del successo davvero clamoroso del film: per me è stata una bellissima esperienza e sono felicissimo di aver contribuito alla buona riuscita dell’impresa, e ovviamente anche i riconoscimenti fanno piacere. Mi ha emozionato stringere la mano a Mattarella, che mi ha rivolto uno strano sguardo tipo: “Eccolo qui! Proprio tu…”, come un nonno che rivede un nipote dopo molto tempo. Mi ha sorpreso. Molto meno emozionante è stata invece la retorica di Giuli, che ho trovato irritante: ho sbuffato apposta, quando mi sono reso conto di avere una telecamera puntata addosso, sperando che andasse in onda, come in effetti è avvenuto».

Il tardivo esordio da attore influirà sulla sua carriera musicale?

«Cercherò di far sposare quei due, il cinema e la canzone: vorrei provare a fare entrambe le cose. Girare il film è stata una delle esperienze più avvincenti della mia vita e dunque spero di poterla ripetere in futuro, anche se non volterò mai le spalle alla musica rock e alla mia band».

Nell’unico album pubblicato finora insieme ai Cattivi Maestri c’è un brano intitolato “La guerra del Golfo”: sono passati quattro anni e ci risiamo…

«Purtroppo quella canzone è ancora attuale: di diverso da allora c’è che le cose sono cambiate nel segno della tragedia. Le guerre del golfo erano state tutt’e due illegali, perché alla fine lo stato americano vuole una cosa soltanto: rubare il petrolio. E lo stesso accade ora con l’Iran. Senza dire dell’abisso morale in Palestina, che sarebbe inghiottito dall’indifferenza se non fosse per le proteste dei ragazzi soffocati dall’angoscia del presente: vogliono il futuro, combattono per averlo e fanno bene».

Nelle scorse settimane avete pubblicato due brani nuovi, “Dimenticare Maria” e “Per le vie della città”: c’è un album in vista?

«Certo: abbiamo un mucchio di canzoni pronte e vogliamo farle uscire appena possibile, sottraendoci alle logiche di un mercato discografico che impone tempi e strategie assurdi. Noi crediamo invece alla forza di canzoni che abbiano senso non solo per noi che le scriviamo e suoniamo, ma anche per chi le ascolta e può farle proprie, perché le canzoni devono entrare nella vita delle persone: è quello il miracolo della musica. Il nostro prossimo disco sarà radicale e massimalista: abbiamo cercato un’altra via guardando alla “new wave”, meno Nirvana e più Xtc per intendersi. Personalmente sento il bisogno di darmi una calmata: non sono più un ragazzo, vado per i 60 e cerco un po’ di eleganza in più. Vale lo stesso per il cinema: basta con le sparatorie, viva i film esistenzialisti».

Come stanno andando i concerti?

«Il tour sta funzionando bene grazie al passaparola, che è molto meglio del bla bla sui social. Stiamo presentando parecchie canzoni nuove ed è sorprendete che il pubblico le apprezzi e partecipi: a fare la differenza è il palcoscenico, che io affronto come sempre in stato d’incoscienza. Mi ha colpito la presenza di molti giovani: in particolare ho splendidi ricordi dei concerti all’Arci Bellezza di Milano e all’Hacienda di Roma, ciascuno a suo modo speciale, perché ogni show dev’essere diverso dal precedente e dal successivo».

Ha accusato il “concertone” del Primo Maggio a Roma di essere “spazzatura musicale”: perché?

«Ero inviperito e non mi sono tenuto: ho trovato scandaloso l’asservimento all’industria discografica di una manifestazione organizzata dai grandi sindacati. Il vero Primo Maggio è quello di Taranto, perché restituisce lo spirito della lotta di classe, che non può essere separato dalla festa dei lavoratori: che vita sarebbe senza la lotta? So di sembrare un Don Chisciotte, ma viva Don Chisciotte!».


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