Cannabis terapeutica, l’oncologa e ricercatrice Grazia Armento: «Non è una “moda verde” ma un’opzione scientificamente promettente per restituire dignità e benessere globale»
Negli ultimi anni il dolore cronico è stato sempre più riconosciuto come una patologia a sé, non solo come un sintomo. In che misura la cannabis terapeutica può rappresentare oggi un’opzione valida per i pazienti oncologici e in cure palliative e forse anche per altre patologie?
«Negli ultimi anni abbiamo finalmente imparato a guardare al dolore cronico non come a un semplice “sintomo”, ma come a una vera e propria malattia che mina la qualità della vita. In questo scenario la cannabis terapeutica sta emergendo come un’alleata preziosa, soprattutto per le persone con tumore o che affrontano le cure palliative, ma non solo. La sua forza sta nella versatilità terapeutica: le molecole presenti nella pianta – non soltanto THC e CBD che tutti conosciamo, ma anche terpeni e altri fitocomposti – lavorano in sinergia creando il cosiddetto “effetto entourage”. Significa che, invece di agire su un solo recettore o su un unico sintomo, la cannabis offre un’azione combinata: antidolorifica paragonabile a quella di un oppiaceo, antinfiammatoria e persino adiuvante, cioè capace di potenziare l’efficacia di altri trattamenti. Con un vantaggio non da poco: profili di tollerabilità più favorevoli. A differenza di molti farmaci tradizionali, la cannabis terapeutica non porta con sé problemi tipici come ulcerazioni gastriche, disturbi intestinali, immunodepressione o danni renali. E non si parla solo di dolore. Grazie a questo mix naturale di principi attivi, molti pazienti riferiscono un miglioramento di ansia, insonnia, riduzione del calo dell’appetito e disturbi dell’umore. Per chi convive con una malattia oncologica – o con dolori cronici come la fibromialgia, il Parkinson o le sindromi pelviche – significa recuperare momenti di vita quotidiana che il dolore tenta di oscurare. In altre parole, la cannabis terapeutica non è una “moda verde” ma un’opzione scientificamente promettente per restituire dignità e benessere globale. Perché, quando il dolore non è più solo un sintomo, merita un’arma capace di guardare all’intera persona, non solo alla malattia».
Il ministero della Salute ha autorizzato la distribuzione in Italia di nuovi composti a base di cannabis medica prodotti in ambito comunitario. Quali benefici concreti potrebbero derivarne per i pazienti in termini di accesso e continuità delle cure? Ci sono altri prodotti in arrivo?
«L’autorizzazione da parte del Ministero della Salute alla distribuzione in Italia di oli standardizzati a base di cannabis medica è una svolta importante. Parliamo principalmente di formulazioni diverse: uno a prevalenza di CBD, uno bilanciato (con CBD e THC in egual misura) e uno a prevalenza di THC. Insieme, coprono la maggior parte delle necessità prescrittive oggi presenti nella pratica clinica, con un profilo di efficacia elevata e un’azione graduale ma continua, ideale per la gestione del dolore cronico e dei sintomi persistenti. Il vantaggio per i pazienti è evidente: equità di accesso, continuità terapeutica e maggiore semplicità nel reperire il fitofarmaco, senza più l’incertezza che spesso ha accompagnato questo percorso negli anni passati. E non è tutto. Accanto agli oli, sono attese anche nuove infiorescenze. È un passaggio che merita attenzione, perché dopo anni in cui l’approvvigionamento è stato complesso e le possibilità di scelta molto limitate, la prospettiva di una disponibilità più stabile e diversificata rappresenta un miglioramento significativo nell’accesso alle terapie. Le infiorescenze rappresentano una risorsa complementare preziosa, soprattutto considerandone l’utilizzo per inalazione. Perché se gli oli garantiscono un effetto costante nel tempo, l’inalazione è invece particolarmente indicata per gestire i cosiddetti flare-up del sintomo, ovvero quei picchi improvvisi che richiedono un sollievo rapido. Con queste nuove opzioni, i medici avranno a disposizione un vero e proprio kit terapeutico completo, capace di rispondere a esigenze diverse e di offrire ai pazienti un controllo più sicuro e personalizzato dei sintomi».
Quanto è importante arrivare a una maggiore standardizzazione dei prodotti e quali soluzioni vede come più percorribili?
«Per molti anni la cannabis medica è stata disponibile soprattutto grazie alle preparazioni galeniche, un lavoro prezioso che ha permesso a tanti pazienti di accedere a questa risorsa quando non esistevano alternative industriali. Tali preparazioni portavano con sé una certa variabilità, che in alcuni casi poteva generare nei pazienti un senso di incertezza soprattutto nel reperimento. La standardizzazione rappresenta la risposta a questa fragilità: un prodotto stabile, con la stessa concentrazione di principi attivi e con un approvvigionamento continuo. Non più dubbi sul “troverò la stessa formula?” o “ci sarà ancora il prodotto che mi ha fatto stare meglio?”. E qui entra in gioco un tema ancora più ampio e cruciale: l’equità di accesso. Perché la salute non deve dipendere dalla geografia o dalle risorse personali ma garantire le stesse opportunità a tutti, ovunque. Standardizzare la cannabis terapeutica significa ridurre le disparità, restituire fiducia e rendere questa opzione una terapia non più di nicchia ma davvero universale, sicura e democratica».
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