Caldo a scuola: Umbria, regione con meno condizionatori. Polemica su misura del Governo

C’è il problema del caldo a scuola e delle poche risorse a disposizione per fronteggiarlo. In questa morsa, la nostra regione, appare come tra le più vulnerabili. Ma indubbiamente il problema è di dimensione nazionale. Purtroppo siamo anche il paese con una maggiore vocazione a tamponare le emergenze che a indivuare soluzioni a lungo termine. Per cui da qualche ora è in corso un click day lanciato dal governo, una iniziativa che consentirà alle scuole che saranno più abili a presentare la domanda negli stretti tempi indicati (tetto fino a venerdì) di accedere a piccoli fondi per provare a comprare qualche condizionatore.
In Umbria la questione è particolarmente delicata perché la regione si trova contemporaneamente davanti a due dati: è tra quelle con la minore presenza di impianti di climatizzazione negli edifici scolastici, appena il 5% circa, e appartiene a un Paese nel quale una quota sempre più consistente delle giornate calde cade ormai dentro il calendario delle lezioni.
Non è soltanto una questione di comfort. Il rapporto «L’estate addosso», realizzato dal think tank Tortuga incrociando i dati del ministero dell’Istruzione con quelli meteorologici di IlMeteo.it, mette in relazione per la prima volta il patrimonio scolastico con l’esposizione al caldo. E il risultato è che il cambiamento climatico sta cominciando a entrare direttamente nell’organizzazione della scuola: le temperature che un tempo appartenevano alla stagione delle vacanze si presentano sempre più spesso nelle settimane in cui bambini e ragazzi sono in classe.
L’Umbria parte da una posizione particolarmente sfavorevole. Soltanto circa il 5% degli edifici scolastici dispone di impianti di raffrescamento o ventilazione. È la quota più bassa insieme a Piemonte e Basilicata. La media italiana è circa il 10%, mentre all’estremo opposto ci sono le Marche, intorno al 40%, e la Sardegna, vicina al 30%. Ma anche nelle regioni apparentemente più attrezzate, sottolinea Tortuga, la climatizzazione riguarda comunque una minoranza degli edifici.
LO STUDIO
Il caso delle Marche, peraltro, va letto con cautela. Il rapporto lega l’elevata percentuale soprattutto alla ricostruzione degli edifici scolastici nel cratere del terremoto del 2016. In una regione relativamente piccola e con un numero contenuto di plessi, la realizzazione di una quota significativa di edifici nuovi è sufficiente a spostare sensibilmente il dato complessivo. Non è quindi una semplice graduatoria tra amministrazioni più o meno virtuose.
Il dato italiano è comunque più fragile di quanto suggerisca quel 10%. Circa il 30% degli edifici scolastici presenti nel database non indica infatti se l’impianto di climatizzazione sia presente e funzionante. Il dato mancante è inoltre più frequente nel Centro-Sud e nelle Isole, dove arriva intorno al 35%, contro circa il 15% del Nord. Se i dati mancanti vengono trattati nello scenario più prudente, cioè considerandoli come assenza di climatizzazione, la quota nazionale di edifici climatizzati scende al 7,4%.
In altre parole, la domanda non è quante scuole abbiano semplicemente un condizionatore. È quante possano garantire condizioni adeguate quando fuori fa molto caldo.
Tortuga ha utilizzato dati giornalieri di temperatura massima, minima, media e umidità relativa per 7.622 comuni italiani, su 7.896 complessivi, nel periodo maggio-settembre. Per ridurre il peso delle singole annate anomale, l’analisi considera il periodo 2022-2026. E qui emerge la seconda metà della storia, quella che riguarda direttamente le giornate di scuola.
La soglia di riferimento è quella dei 26 gradi. Secondo i parametri richiamati dal rapporto, le condizioni ottimali in aula si collocano tra 24 e 26 gradi con umidità relativa tra il 50 e il 60%. Sopra i 26 gradi la condizione viene considerata non ottimale; oltre i 28 gradi si entra in una situazione di disagio e oltre i 30 in una condizione di disagio elevato. Sono soglie costruite prevalentemente sul comfort degli adulti e che, osserva Tortuga, potrebbero essere persino troppo alte quando si parla di bambini e adolescenti.
La progressione mensile rende evidente il problema. Nei comuni analizzati la temperatura massima media passa dai 21,9 gradi di maggio ai 28,2 di giugno, arriva a 30,7 a luglio, resta a 29,9 ad agosto e scende a 25 a settembre. Ma settembre non significa affatto automaticamente clima fresco: il 29,2% dei comuni supera ancora la soglia dei 26 gradi, mentre considerando contemporaneamente temperatura e umidità la condizione di caldo-umido riguarda il 27,7% dei comuni.
E soprattutto, nei comuni con almeno 20 mila abitanti, la parte finale dell’anno scolastico e quella iniziale presentano una quantità tutt’altro che marginale di giornate calde. Tra il primo maggio e il 10 giugno si contano mediamente circa 12 giorni sopra i 26 gradi. Tra il 10 e il 30 settembre sono quasi nove. Complessivamente, nel periodo considerato, circa 21 giornate scolastiche all’anno superano la soglia: all’incirca il 10% del calendario.
È qui che il dato dell’Umbria assume un significato diverso. Se soltanto una scuola su venti dispone di raffrescamento, ogni aumento della quota di giornate calde che cade dentro il calendario scolastico significa che una parte del patrimonio regionale non ha una risposta strutturale al problema. Non basta quindi contare i giorni di caldo: bisogna sovrapporre quei giorni alle giornate nelle quali le scuole sono aperte e, ancora, agli edifici che non dispongono degli strumenti per ridurre la temperatura.
È esattamente quello che fa lo studio quando individua il cosiddetto «divario del fresco». Incrociando dati meteorologici e dati sugli edifici scolastici, Tortuga stima che circa il 45% degli studenti italiani, pari a circa 2,7 milioni di ragazze e ragazzi, frequenti scuole situate in aree nelle quali la temperatura supera mediamente i 26 gradi per almeno un mese tra maggio, giugno e settembre.
Quasi uno studente su tre, inoltre, frequenta una scuola localizzata in aree nelle quali le temperature massime superano mediamente i 28 gradi. Il rapporto parla esplicitamente di un problema educativo, non soltanto sanitario: la letteratura scientifica mostra infatti che il caldo riduce la capacità di apprendimento.
Tortuga applica al caso italiano le evidenze di studi accademici sull’effetto delle alte temperature sull’apprendimento. Il risultato è particolarmente significativo: cinque giornate all’anno sopra i 26 gradi, mantenute per tre anni, producono un effetto paragonabile a quasi un mese di scuola perso in condizioni adeguate. Con circa 20 giornate calde all’anno, l’effetto cumulato in tre anni arriva a circa tre mesi. E i circa 21 giorni medi individuati in Italia significano, nella lettura proposta dal rapporto, che ogni anno una parte della scuola si svolge in condizioni che equivalgono a una perdita significativa di tempo di apprendimento.
Il dato diventa ancora più importante guardando al futuro. Negli ultimi 25 anni, secondo l’elaborazione di Tortuga, le temperature massime nei mesi estivi sono aumentate mediamente di circa 0,5 gradi ogni dieci anni, pari a circa 0,05 gradi all’anno. L’incremento riguarda tutte le province italiane, con differenze relativamente contenute tra territori.
Se la tendenza dovesse proseguire, il problema non rimarrà confinato alle settimane più calde di giugno. A settembre, soprattutto, il confine tra estate e anno scolastico sarà sempre meno netto. Tortuga stima che nei prossimi dieci anni circa uno studente su due potrebbe essere esposto a temperature molto elevate durante il mese di settembre; nello scenario a cinquant’anni, la quota potrebbe superare il 90%.
Ancora più eloquente è la proiezione sugli edifici privi di climatizzazione: se le temperature continuassero a crescere allo stesso ritmo, la quota di scuole senza impianto e contemporaneamente esposte a temperature superiori ai 26 gradi nei mesi di maggio, giugno o settembre potrebbe passare dall’attuale 45% a quasi l’80%.
Nel 2026-2027 le scuole umbre iniziano il 14 settembre e terminano l’8 giugno per primaria e secondarie. L’infanzia arriva fino al 30 giugno. Il calendario prevede complessivamente 207 giorni di attività didattica. La data di settembre, quindi, cade esattamente dentro quella finestra climatica che Tortuga indica come ormai problematica in una parte significativa del territorio nazionale. Ma il punto non è semplicemente spostare la prima campanella.
Gli stessi autori dello studio mettono in guardia dall’idea di risolvere il problema semplicemente posticipando l’inizio dell’anno scolastico. Nel rapporto e nella presentazione pubblica della ricerca la strada indicata è soprattutto quella dell’adattamento degli edifici: pompe di calore aria-aria, sistemi di ventilazione, isolamento termico, schermature solari, aree verdi e tetti riflettenti o verdi.
La questione, quindi, non riguarda soltanto il condizionatore. Riguarda un patrimonio scolastico che per circa il 60% è stato costruito prima del 1975, quando le condizioni climatiche erano molto diverse da quelle attuali.
Nel frattempo il governo ha stanziato 20 milioni di euro per dispositivi e strumenti di raffrescamento nelle scuole. Una cifra che, rapportata alla dimensione del patrimonio scolastico, appare soprattutto come una risposta d’emergenza. Il Post ha calcolato che, con una semplice ripartizione delle risorse, si arriva a circa 2.700 euro per istituto, circa 440 euro per plesso e appena 55 euro per classe. Sono cifre difficilmente compatibili con interventi strutturali su edifici nei quali spesso sarebbe necessario intervenire anche sugli impianti elettrici, sull’involucro e sulla ventilazione. Inoltre lo strumento del click day, che permette di incassare l’investimento alle scuole che arrivano per prima potrebbe generare disuguaglianze. E’ una delle contestazioni mosse in questi giorni al Governo.
Lo stesso problema emerge dal costo stimato da Tortuga per una soluzione completa: una dotazione con pompa di calore reversibile, ricambio dell’aria e sistemi di controllo può arrivare a migliaia di euro per aula. Il finanziamento nazionale, quindi, può attenuare alcune situazioni ma non può risolvere il problema del patrimonio edilizio. Anche su questo punto è in corso una polemica con il Governo, che risponde di tenere conto di come il beneficio possa recuperare un terzo della platea se si tiene conto degli edifici già efficientati e delle località non esposte ad alte temperature, aggiungendo inoltre di essere impegnato per l’individuazione di maggiori risorse finalizzate agli investimenti di climatizzazione negli edifici scolastici.
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