Burkini in piscina, dalla Germania alla Svizzera: cosa fanno gli altri

SALORNO. A Salorno è bastata un’ora di piscina per trasformare l’iniziativa locale in un caso politico nazionale. La scelta del Lido di riservare il lunedì un’ora a impianto chiuso alle donne dell’associazione interculturale Armonia – molte delle quali nuotano indossando il burkini – ha acceso un animato confronto sull’integrazione. Da una parte le accuse di “ghettizzazione” e “segregazione al contrario”, dall’altra chi difende un progetto di inclusione che utilizza una fascia oraria altrimenti inutilizzata e che, nelle prime settimane, ha registrato oltre settanta partecipanti, comprese numerose donne non musulmane accorse in segno di solidarietà.
Ma cosa succede in Germania, dove il tema del burkini nelle piscine pubbliche da anni torna puntualmente ogni estate? La risposta sorprende chi immagina un divieto generalizzato o, al contrario, una piena liberalizzazione. In realtà non esiste né l’uno né l’altra: a decidere sono i singoli gestori delle piscine, attraverso il regolamento interno. Non c’è una legge federale che disciplini l’abbigliamento da bagno e, di conseguenza, la situazione cambia da città a città e, in alcuni casi, persino da un impianto all’altro.
È proprio questo l’aspetto che distingue il dibattito tedesco da quello italiano. Se in Alto Adige la discussione ruota soprattutto attorno ai temi dell’integrazione e della convivenza, oltre il Brennero il confronto è quasi sempre ricondotto a una questione molto più pratica: il costume rispetta o no il regolamento della piscina?
Nella maggior parte delle grandi città la risposta è positiva. A Monaco, ad esempio, il burkini è espressamente consentito nelle piscine comunali gestite da Stadtwerke München. L’unica condizione è che sia realizzato in tessuto tecnico da nuoto, lo stesso utilizzato per i normali costumi da bagno. Non conta quindi quanto il corpo sia coperto, ma il materiale con cui è confezionato l’indumento. La società che gestisce gli impianti non ha annunciato alcuna modifica alle regole e considera il burkini una normale variante dell’abbigliamento da piscina.
Altrove, invece, sono state adottate scelte diverse. Nel Baden-Württemberg alcuni Comuni hanno irrigidito i propri regolamenti dopo le polemiche esplose nell’estate del 2025. È il caso di Müllheim, dove il sindaco Martin Löffler ha introdotto una norma che vieta costumi che coprano gomiti e ginocchia. La disposizione interessa quindi anche molti modelli di burkini, oltre ai costumi da bagno “cargo” con tasche e ad altri capi ritenuti inadatti.
La motivazione, almeno ufficialmente, non ha nulla a che vedere con la religione. Il Comune richiama esigenze igieniche e tecniche, sostenendo che un abbigliamento più ridotto limita l’introduzione di sporco e batteri nell’acqua e facilita il lavoro degli impianti di filtraggio. Un anno dopo l’entrata in vigore del nuovo regolamento, il bilancio tracciato dall’amministrazione è positivo. Le contestazioni sono state limitate e, secondo il sindaco Martin Löffler, la maggior parte delle domande rivolte al personale non riguardava i burkini, bensì i bermuda con tasche o le mute in neoprene. Se in futuro gli impianti di filtraggio verranno ulteriormente potenziati, il Comune non esclude perfino di rivedere alcune prescrizioni.
Un’esperienza simile arriva da Lörrach, nello stesso Land. Anche qui il regolamento è stato modificato dopo un confronto tra amministrazione e politica locale, accompagnato da una campagna di informazione rivolta ai cittadini. Le prime settimane non sono mancate perplessità e proteste, ma oggi il Comune parla di una situazione stabilizzata e di una crescente accettazione da parte dei frequentatori della piscina. Le regole, spiegano i responsabili, hanno contribuito a garantire una convivenza ordinata e rispettosa e, almeno per questa stagione, non si ritiene necessario modificarle.
Che il tema continui a dividere l’opinione pubblica lo dimostra anche quanto sta accadendo in Svizzera. Nel Canton Ginevra il Parlamento ha recentemente approvato un regolamento che vieta nelle piscine pubbliche gli indumenti che coprono braccia e ginocchia. Una scelta che coinvolge non solo i burkini, ma anche alcuni capi protettivi contro i raggi ultravioletti utilizzati soprattutto dai bambini. La misura ha suscitato numerose contestazioni e, in diversi impianti, viene applicata con estrema cautela.
In Germania, invece, molti operatori del settore invitano a riportare il confronto su un piano meno ideologico. Nei media tedeschi ha fatto discutere anche la testimonianza di un bagnino con oltre trent’anni di esperienza, secondo il quale la domanda che si sente rivolgere più spesso è sempre la stessa: “Il burkini è permesso?”. La sua risposta è disarmante nella semplicità: non è la religione a decidere cosa si può indossare in piscina, ma esclusivamente il regolamento dell’impianto.
Lo stesso bagnino ricorda inoltre come il termine “burkini” venga spesso usato in modo improprio. Esistono infatti costumi integrali progettati specificamente per il nuoto, realizzati con tessuti tecnici identici a quelli dei normali costumi, ed esistono invece indumenti pensati per l’uso quotidiano che qualcuno tenta di utilizzare anche in acqua. Per chi gestisce una piscina la differenza è sostanziale e rappresenta spesso il vero criterio di valutazione.
Il risultato è una mappa molto variegata. A pochi chilometri di distanza possono convivere regolamenti completamente diversi, senza che questo venga percepito come una contraddizione. Ogni Comune sceglie il proprio equilibrio tra inclusione, esigenze tecniche e organizzazione degli impianti. Una realtà ben diversa da quella emersa a Salorno, dove un’ora riservata alle donne è diventata il simbolo di uno scontro politico molto più ampio. In Germania, invece, il dibattito continua a riaffiorare ogni estate, ma nella maggior parte dei casi si conclude davanti a un cartello affisso all’ingresso della piscina: quello con il regolamento.
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