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Bulgaria, vince Rumen Radev. Chi è l’esperto top gun filo Putin che ha dichiarato guerra agli oligarchi

La Bulgaria torna alle urne per l’ottava volta in cinque anni, simbolo di una crisi politica ormai strutturale che mette alla prova la tenuta democratica del Paese e, più in generale, l’equilibrio geopolitico dell’Unione europea. In questo contesto emerge come favorito l’ex presidente Rumen Radev, figura controversa ma popolare, che promette stabilità e lotta alla corruzione, mentre suscita timori per le sue posizioni considerate più ambigue nei confronti della Russia.

Il voto odierno rappresenta molto più di un normale passaggio elettorale: è un banco di prova per capire se, dopo la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria, possa emergere un nuovo attore capace di riequilibrare – o destabilizzare – la linea europea su Ucraina, Russia e governance interna.

Stando a due exit poll, Bulgaria Progressista si è assicurato circa il 38% dei voti, superando il partito conservatore Gerb dell’ex premier Boyko Borissov, crollato a circa il 16%, e la coalizione liberale Pp-Db. Anche se la legge proibisce di pubblicare exit poll prima del termine della giornata elettorale, su internet erano trapelati i sondaggi di diverse agenzie. Alle ore 14:30, l’ex presidente della Repubblica era dato al 37,5%, seguito dai conservatori del Gerb con il 16,7%. I liberali al terzo posto, con il 14,9% dei voti.

Radev tra anti-corruzione e ambiguità geopolitiche

Ex generale dell’aeronautica, esperto top gun e presidente dal 2017 al 2026, Radev ha costruito la sua campagna su una retorica forte contro quella che definisce una “oligarchia radicata”, promettendo di smantellare un sistema percepito come corrotto.

Questo messaggio ha trovato terreno fertile soprattutto tra gli elettori più anziani e nelle aree rurali, ma ha anche sollevato interrogativi a livello europeo. Radev è infatti considerato un leader euroscettico “soft” e favorevole a un riavvicinamento pragmatico alla Russia, pur condannando formalmente l’invasione dell’Ucraina.

Radev si è opposto agli aiuti militari a Kiev e ha sostenuto la necessità di una via d’uscita dal conflitto attraverso la riapertura di canali di dialogo con Mosca. Linea che, nell’estate 2023, lo ha portato a uno scontro diretto con Volodymir Zelensky durante una visita ufficiale di quest’ultimo a Sofia.

La sua ascesa potrebbe rappresentare per Mosca una nuova opportunità di influenza all’interno dell’Ue, soprattutto dopo la sconfitta politica di Orbán, tradizionale alleato del Cremlino.

Tuttavia, la necessità di formare una coalizione potrebbe limitare significativamente il margine d’azione di Radev, costringendolo a compromessi con forze più apertamente filo-europee.

Una democrazia esausta: la promessa di Radev

Radev ha sfruttato la sua fama di pilota per costruire il suo marchio politico. Prima di candidarsi alla presidenza nel 2016, l’ufficio stampa dell’aeronautica militare promosse ampiamente le sue acrobazie aeree. Nelle elezioni generali di quest’anno, un video della campagna elettorale lo ritraeva nella cabina di pilotaggio del suo MiG-29.

La grande svolta è arrivata nel 2020, nel pieno del caos sull‘influenza degli oligarchi sui pubblici ministeri. Impresso nell’immaginario collettivo la scena in cui procuratori hanno fatto irruzione negli uffici presidenziali per arrestare due membri del suo staff, rafforzando ulteriormente la sua credibilità. Così come l’uscita pubblica nella scorsa d’estate, in cui si era presentato al pubblico, alzando il pugno chiuso, denunciando la corruzione e chiedendo che i “mafiosi” lasciassero l’esecutivo.

La promessa elettorale è quella di “rovesciare l’oligarchia”. “L’oligarchia è profondamente radicata nella vita sociale ed economica del Paese. È uno schema piramidale che prosciuga sistematicamente la società, garantendosi l’impunità attraverso il controllo delle istituzioni, dei partiti, delle elezioni, dei media e delle imprese”, aveva tuonato il mese scorso.

Un voto che riguarda tutta l’Europa

A inizio anno l’ex capo dello Stato ha deciso di chiudere anticipatamente il suo secondo mandato presidenziale e di avviare un suo progetto politico. In questo contesto, la candidatura di Radev intercetta una domanda diffusa di cambiamento. La sua coalizione “Progressive Bulgaria”, fondata recentemente, resta per ora lontana da una maggioranza autonoma.

Le elezioni bulgare si inseriscono in un ciclo più ampio di consultazioni europee in questo 2026, in un momento in cui gli equilibri politici del continente sono in evoluzione. Dopo anni di avanzata dei governi conservatori, il quadro appare oggi più fluido e incerto. Per Bruxelles, il risultato bulgaro è particolarmente rilevante su tre fronti: la coesione interna dell’Unione europea rispetto alla guerra in Ucraina; la stabilità dei Paesi dell’Est, considerati strategici, ma soprattutto la capacità di contrastare disinformazione e interferenze esterne.

La Bulgaria, entrata recentemente nell’eurozona e nell’area Schengen, resta un membro chiave ma fragile

dell’Unione. Il voto potrebbe quindi segnare un punto di svolta: o l’inizio di una nuova fase di stabilità, oppure l’ennesimo capitolo di frammentazione politica, con conseguenze che travalicano i confini nazionali.


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