Bike Pride, sfila l’orgoglio ciclista Tutti a terra per Nicolò e le vittime della strada
A un certo punto sono scesi dalla bici e si sono sdraiati tutti a terra come morti, anzi come se fossero stati uccisi. Sono diventati, in un lungo momento a metà pomeriggio, tutti vittime della strada. È stato quando il Bike Pride 2026 ha raggiunto, nel suo dipanarsi ad anello, nel suo rincorrersi per raggiungersi, l’angolo tra corso Principe Oddone e via Don Bosco. Tutti giù per terra per non dimenticare i 228 ciclisti uccisi nel 2025, e i 179 già morti quest’anno nella battaglia senza fine. Uno degli ultimi tra loro, il piccolo Nicolò Di Cio Fiore, investito nel controviale di corso Regina Margherita mentre stava andando a scuola in bicicletta con il suo papà, è diventato il simbolo e il memento del quindicesimo Bike Pride. Il suo nome, insieme a quello degli altri caduti, è stato letto nel silenzio più totale. Anche il gioioso paese dei campanelli, a quel punto, ha taciuto commosso.

“Voleva solo andare in bici” c’è scritto in uno striscione appeso in quell’incredibile meccano post-industrale che è la tettoia del Parco Dora, quest’anno partenza e arrivo della parata. In tanti, grandi e piccoli – mai visti tanti bambini come quest’anno – hanno scritto un pensiero o una frase con i pennarelli su un pezzo di cartone, e l’hanno appesa al manubrio. “Voglio muovermi sicura”. «Con la bici più felici”. «Lenta e contenta”. “Un’altra città è possibile”. Ci sono un mucchio di piccoletti alle prese con i loro lavori, i grandi li aiutano ma per il resto fanno tutto loro, seduti in cerchio per terra. L’altra città possibile, appunto.
Il racconto
La forza eroica di Ilaria investita in bici a 15 anni mentre andava a scuola
di Marta Barone


Un mare di biciclette. Le Grazielle e le fuoriserie, quelle da montagna e quelle da passeggio, i catorci della nonna e le bici elettriche, ma pure le cargo bike dove si sta in tanti, e se piove ci si copre con la capotte trasparente mentre papà e mamma pedalano. Dentro questa specie di culla, persino un neonato in un ovetto di sicurezza, il tutto appeso a una sorta di amaca.

«Chiediamo di vivere in una città in cui si possa scegliere di muoversi sempre in sicurezza», dice Ammj Traore, presidentessa di Fiab, la Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta. «Il tema di questo Bike Pride sono le connessioni: tra persone, luoghi e situazioni, in ogni posto e a qualunque età. Occorre una riflessione sulla velocità delle automobili: basterebbe che venisse rispettato e applicato il codice della strada, anche nei controviali. Molti paesi stranieri ci dimostrano che è solo un problema di comportamenti: la strada condivisa è un diritto, non un’utopia».
Nicolò, che non c’è più, è la presenza che più torna nei discorsi e nelle parole. “Il tuo sorriso pedala con noi”, si legge su un pezzo di cartone incollato a un telaio. Ed è una sfilata di cose vecchie e nuove, oggetti che sembrano reperti da museo della memoria, o forse dell’innocenza: i campanelli che non smettono di trillare, le trombette, le borracce vecchio stile, i guanti con le dita che sbucano fuori per metà. Il parafango, il carter, la catena, il cavalletto, ogni cosa appartiene a un repertorio e rimanda a un’altra, sono gli accessori del popolo della bici, non meno di tremila persone anche quest’anno, forse di più, che alle due e mezza del pomeriggio si sono messe in movimento dopo una lunga scampanellata collettiva e hanno continuato per una quindicina di chilometri chiusi al traffico, per una volta davvero, con i vigili urbani che fermavano i veicoli a motori come succede quando passa il Giro d’Italia. Questa però è una carovana dove si corre non per vincere una coppa, ma possibilmente la vita. In tanti indossano la maglietta gialla ufficiale del Bike Pride, qualche bambino ha portato un peluche da stringere, impossibile non pensare a Nicolò che era uno di loro, identico a loro.
“La strada è per tutti, a partire dal più fragile” c’è scritto sulla maglietta blu di una ragazzina, anche lei felice nel flusso delle ruote che fanno orchestra, mentre il canto delle ruote libere e delle catene sembra quello dei grilli.
«Non dobbiamo mai smettere di credere a una Torino diversa, già da molto tempo non è più la città dell’auto, e non è giusto che le strade continuino ad appartenere soltanto a loro», racconta Elisa Gallo, consigliera Fiab, da anni tra le anime del Bike Pride: «Mi considero una persona, non una ciclista, e la strada dev’essere di tutti. Dev’essere sicura per chi vuole andare in bici a scuola o a lavorare, devono esserci ciclabili non interrotte ai confini comunali, servono sottopassi, passerelle e incroci protetti per chi pedala, e stazioni dove lasciare le bici al sicuro, oppure poterle portare sul treno».
Le connessioni sono diritti, e anche doveri certamente, pervché il codice della strada vale anche per i ciclisti. Ma loro, quando cadono, o si rompono o muoiono. Non dimentichiamolo.
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