Puglia

Biancorossi per sempre, Santececca e quell’intuizione su Catuzzi

Biancorossi per sempre dedica il suo trentacinquesimo appuntamento a una figura che, nonostante non avesse vissuto un periodo entusiasmante della squadra barese, è risultata determinante per le sorti future del club ed è riuscita a guadagnarsi la stima della piazza: Mario Santececca. Nato a Roma il 25 marzo 1943, è giunto a Bari nel 1977, a 34 anni, per allenare la Primavera biancorossa e svolgere il ruolo di vice di Giacomo Losi, tecnico della prima squadra, dopo un’esperienza da allenatore dell’Allumiere, una squadra dilettantistica della provincia romana. Tecnico serio e preparato, dotato di alto spessore umano, viveva le gare in modo molto energico e si conquistò subito le simpatie dei tifosi. Amante della teoria e degli schemi alla lavagna, era appassionato di gioco sudamericano.

E fu proprio nel capoluogo pugliese che per lui si spalancarono subito le porte del calcio professionistico: nella stagione di serie B 1977-78, fu promosso dal presidente Antonio Matarrese a guidare la prima squadra dopo l’esonero di Losi. Domenica 22 gennaio 1978, infatti, alla 19esima giornata avvenne il suo esordio sulla panchina biancorossa nella gara Bari-Brescia, conquistando una concitata ed emozionante vittoria in rimonta sui lombardi per 3-2: i baresi, passati due volte in svantaggio, riuscirono prima a pareggiare con una doppietta di Penzo e poi a siglare la rete vincente con Pellegrini. Ma la vittoria sul Brescia fu un trampolino di lancio: nella domenica successiva, il Bari di Santececca batté la Sambenedettese, mentre nei turni seguenti uscì prima indenne dal Partenio del forte Avellino e poi sconfisse il Como, conquistando sette punti (all’epoca la vittoria valeva due punti) nelle sue prime quattro gare alla guida del Bari. Riuscì, dunque, a cambiare volto alla squadra, che conquistò la salvezza e concluse il campionato al 12° posto in classifica con 37 punti. Era il Bari di Scarrone, Materazzi, Papadopulo, Sciannimanico, Sigarini, Maldera, a cui si aggiunsero l’anno dopo Manzin, Tivelli, La Torre, Gaudino. Santececca, dopo la salvezza e la buona gestione della squadra, fu confermato per la stagione successiva di B.

Ma fu proprio in questo frangente che il tecnico romano tirò fuori il coniglio dal cilindro e fece qualcosa che risulterà determinante per la storia del Bari: da buon intenditore di calcio, suggerisce alla società di Matarrese un giovane allenatore, dai metodi straordinariamente innovativi, di nome Enrico Catuzzi, con il quale aveva svolto insieme il supercorso di Coverciano e che per un periodo della stagione 1978-79 fu anche suo vice. Insomma, se non ci fosse stato Santececca, probabilmente Catuzzi non sarebbe mai arrivato a Bari e, di conseguenza, il suo meraviglioso ‘Bari dei baresi’ non sarebbe mai esistito. La stagione 1978-79 non fu positiva per Santececca, che venne esonerato alla decima giornata a causa della sconfitta a Taranto (1-0): in dieci gare raccolse due vittorie, quattro pareggi e quattro sconfitte, tra cui quelle nei derby contro Lecce, Foggia e Taranto. Al suo posto gli subentrò Giulio Corsini, un tecnico che non riuscì a creare feeling con il gruppo e venne anch’egli esonerato a otto giornate dalla fine del campionato: ci pensò poi Catuzzi a portare i biancorossi alla salvezza.

Morì a Roma nel 2024, a 81 anni, dopo una vita passata sui campi da calcio. “Quando arrivai a Bari nel ’78 trovai Santececca come allenatore – racconta Livio Manzin a Telebari – Mi sposai l’8 luglio e il 10 andai subito in ritiro: una settimana a Ponte di Legno, poi ci portò ad Allumiere, un luogo a lui caro, ma non adatto per le preparazioni perché c’era una conca con 30 gradi tutto il giorno. Con noi faceva gruppo: era simpatico, faceva battute in romano e aveva molto entusiasmo. Aveva appena finito il supercorso di allenatore e aveva tante idee di gioco, ma sul campo non andarono a buon fine. Fu sfortunato”. Manzin ricorda anche aneddoti simpatici: “Santececca era amante del gioco sudamericano: quando assegnava i numeri di maglia, per esempio, capitava che il numero 11 giocasse arretrato, il 7 in attacco e così via. Io giocavo con l’11 e mi metteva davanti alla difesa, e ricordo che sentivo i tifosi che mi incitavano ad andare avanti (ride, ndr). Era molto scherzoso, e spesso per gioco faceva comunella con Pellegrini (romano anche lui, ndr). Sul campo le cose non andarono benissimo con lui, fu una gestione un po’ confusionaria, ma ho un buon ricordo di un allenatore serio, simpatico, corretto e disponibile”.




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