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Bastioni subacquei, guerra degli stretti e avviso agli Usa: così la Cina testa il “second strike” nucleare

La Cina mantiene una politica nucleare di non primo utilizzo (NFU, No First Use) e ha rinunciato all’uso di armi nucleari contro Stati armati non nucleari. In base a questo, il think tank Institute for the Study of War ha ipotizzato che Pechino starebbe potenziando la sua capacità di secondo attacco nucleare per garantire che un primo attacco avversario non possa distruggere completamente le proprie forze.

Per avere un’idea della portata e del significato del test bisogna partire dalla geografia. Secondo le indicazioni emesse a ridosso del test dal Maritime Safety Administration cinese il lancio sarebbe avvenuto da due possibile aree. La prima sarebbe quella del Mar Cinese Meridionale che si estende a sud della repubblica popolare e che da anni è al centro di contese marittime coi vicini del Sud-Est Asiatico e luogo della fortificazione e creazione di isole artificiali. La seconda, al contrario, sarebbe il Mare di Bohai, un’area più interna e protetta del Mar Giallo. Il vettore lanciato si sarebbe poi inabissato tra Tuvalu e le isole Gilbert delle Kiribati. Queste sommarie informazioni ci rivelano che Pechino sta cercando di raccogliere informazioni su come condurre un attacco atomico di rappresaglia in sicurezza, cioè da sottomarini protetti e non vulnerabili ad attacchi nemici.

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Il nodo degli stretti che imbriglia Pechino

In un eventuale scontro aperto con gli Stati Uniti, il dragone deve poter contrattaccare in modo efficace pena possibile contraccolpo nelle prime fasi del conflitto, cioè mettendo a riparo parte del suo potenziale atomico per poter rispondere. Per queste ragioni servono punti protetti e imprevedibili dove effettuare questi attacchi. Se da un certo punto di vista la terraferma negli ultimi anni ha visto l’aumento delle bolle di interdizione con diversi sistemi difensivi schierati lungo tutta la costa, in mare la situazione è più complessa.

Della triade nucleare cinese, quella marittima è quella più in difficoltà. I sottomarini cinesi, infatti, devono attraversare diversi chokepoints prima di poter accedere all’Oceano Pacifico, questo vuol dire che un loro potenziale attraversamento li espone ad essere individuati e distrutti. Anche qui la geografia ci fa capire i limiti cinesi. Sono infatti ben sei i punti sensibili che possono frenare i mezzi di Pechino:

  1. Lo stretto di Miyako: controllato dal Giappone, è situato tra le isole di Miyako e Okinawa ed è una delle porte diretta tra il Mar Cinese Orientale e il Pacifico.
  2. Gli stretti di Tokara e Osumi: controllati dal Giappone è nei punti più a sud del territorio giapponese
  3. Stretto di Taiwan: controllato da Taipei e il punto più delicato nel passaggio delle forze cinesi nell’area
  4. Canale di Bashi e Stretto di Luzon: i due si trovano stretti tra Taiwan e le Filippine e rappresentano non solo un punto di accesso nel Pacifico ma anche e soprattutto una delle rotte più importanti del commercio globale
  5. Stretto di Balabac e Mindoro: sono due snodi nel vasto arcipelago delle Filippine che fungono da passaggio alternativo tra il Mar Cinese Meridionale, il Mar di Sulu e l’Oceano Pacifico bypassando le rotte principali
  6. Stretto di Malacca: controllato da Singapore, Malesia e Indonesia, non mette in relazione tanto il Mar Cinese Meridionale con il Pacifico, ma con lo snodo dell’Oceano Indiano, ed è una delle giugulari della Terra, dove transita l’80% del petrolio cinese.

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Il nodo dei bastioni marini

Tutti questi punti di accesso al Pacifico potenzialmente pericolosi per navi e sottomarini cinesi richiede una maggiore fortificazione dei tratti marini sotto il controllo diretto della marina della Repubblica popolare. Già nel 2021 il Pentagono in un report dal titolo Military and Security Developments Involving the People’s Republic of China, spiegava come Pechino stesse lavorando alla creazione di “bastioni” sottomarini nelle acque interne, ovvero punti di mare fortificati con sensori, mine marine e altre difese, così da poter fornire ai propri sottomarini dei “porti sicuri” da cui far partire attacchi di rappresaglia. Fra l’altro già cinque anni fa in quello stesso dossier veniva segnalato come il lavoro della macchina bellica cinese sull’efficienza dei missili balistici in breve tempo le avrebbe permesso di attaccare il territorio americano direttamente dalle acque costiere e che operazioni simili sarebbero partite o dal Mar Cinese Meridionale o dal Golfo di Bohai.

Fiery Cross Reef
Fiery Cross Reef: una delle isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale

Il paradosso di tutto questo è che da punto di debolezza, la componente sottomarina cinese potrebbe rappresentare un’arma insidiosa per le forze americane. Questo spiega infatti perché la Marina cinese stia cercando di espandere (e migliorare qualitativamente) la propria flotta di sottomarini: proprio per rafforzare l’effetto deterrente della sua Triade nucleare.

L’importanza dei sottomarini

Il sottomarino protagonista del test era molto probabilmente un Type 09IV, l’unico modello attivo noto di SSBN della Marina cinese. Gli Stati Uniti stanno monitorando la situazione perché, come ha riferito il contrammiraglio Michael Brookes, comandante dell’Ufficio di intelligence navale degli Stati Uniti, in una recente testimonianza al Senato, entro il 2040 Pechino potrebbe disporre di una flotta composta da 20-30 sottomarini nucleari armati di missili, un bel balzo in avanti rispetto agli attuali 12 (equipaggiati con missili da crociera e balistici). L’espansione della componente sottomarina, unita al maggiore raggio d’azione dei SLBM, accrescerebbe sensibilmente la minaccia che le forze nucleari del Dragone rappresentano per il territorio continentale degli Stati Uniti.

Ji-3
Il missile JL-3 durante una parata a Pechino

Il missile utilizzato dalla Cina

La nebbia intorno all’accaduto è ancora fitta. I media cinesi si sono limitati a scrivere che il 6 luglio un sottomarino nucleare lanciamissili balistici (SSBN) non specificato ha condotto un test di un SLBM. Il Global Times ha ipotizzato che l’operazione potrebbe aver riguardato un JL-3, un missile che Pechino ha presentato per la prima volta durante una parata militare nel settembre 2025 e che ha una gittata dichiarata di 10.000 chilometri.

Il segretario generale del Consiglio di sicurezza nazionale taiwanese, Joseph Wu, sostiene invece che possa essersi trattato di un JL-2, che ha una gittata di 8.000 chilometri. L’unica differenza significativa tra i due missili risiede nelle dimensioni e nella gittata massima. Entrambi hanno lo stesso numero di stadi e la stessa forma.

In entrambi i casi si tratta di armi capaci di colpire il territorio americano.

Il JL-2 metterebbe nel mirino Alaska e Hawaii ad esempio, mentre il JL-3 potrebbe colpire il territorio continentale in una fascia che va da tutti gli Stati affacciati sul Pacifico ai grandi territori delle Pianure come Wyoming, Montana e North Dakota, i tre Stati che ospitano gli oltre 450 silos di lancio dei missili balistici che compongono parte della triade atomica degli Stati Uniti.


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