Puglia

Bari-Cosenza nel segno del doppio ex Gigi De Rosa

Quando Bari e Cosenza si sfidano in campo, la storia racconta una rivalità ricca di fascino. E il pensiero non può che andare a Gigi De Rosa, barese purosangue e vera e propria leggenda per entrambe le piazze: protagonista indimenticato del meraviglioso “Bari dei baresi” guidato da Enrico Catuzzi nei primi anni ’80 e del Bari di Bolchi, con cui ha raggiunto record storici per i ‘galletti’, è poi diventato bandiera e simbolo indiscutibile del Cosenza, secondo giocatore di sempre più fedele nella storia del club cosentino dopo Gigi Marulla. Ma se Bari ha rappresentato la culla dei suoi esordi nei professionisti e della sua consacrazione calcistica, con 99 presenze in maglia biancorossa e tre gol tra cui il memorabile pallonetto siglato a Rimini in uno stadio colmo di migliaia di baresi che sognavano la A, è poco più a sud, in Calabria, che De Rosa non è stato semplicemente un calciatore, ma il simbolo vivente dell’epoca d’oro dei rossoblù. Approdò al Cosenza nel 1987, quando Gianni Di Marzio lo volle fortemente per costruire una squadra capace di ottenere la promozione in B, segnando l’inizio di un connubio indissolubile: nella città dei Bruzi colleziona quasi 300 presenze in nove stagioni (otto in serie B, una in C), guidato da signori allenatori come Bruno Giorgi, Reja, Gigi Simoni, Zaccheroni, Mutti, De Biasi e Scoglio, e sfiorando più volte la serie A. E c’era lui in campo nei due unici storici successi cosentini in terra barese: nel 1989 al Della Vittoria, quando i rossoblu rovinano la

festa promozione per la serie A dei biancorossi con un secco 0-3, e nell’1-2 del 1993 al San Nicola. A Cosenza custodisce anche la sua prima esperienza da allenatore: dopo due anni da vice di Mutti, nel 2002 guida i rossoblu a una salvezza insperata in B, ottenuta a Empoli contro i toscani di Silvio Baldini. Oggi, 64enne, ricopre i ruoli di allenatore e responsabile tecnico della scuola calcio ufficiale del Cosenza e docente ai corsi per allenatori, ma appena il lavoro glielo permette torna nella sua Bari.

Bari-Cosenza non sarà mai una partita come le altre per lei. Due maglie che le sono rimaste incollate sulla pelle.

“Assolutamente sì. Bari e Cosenza rappresentano la mia vita calcistica e umana. A Bari sono nato, cresciuto e ho mosso i primi passi nel grande calcio, e resta la mia vita. A Cosenza ho trovato una seconda casa, una piazza che mi ha adottato e a cui ho dato tutto me stesso. Portare nel cuore due città e tifoserie così calde, ed essere amato da entrambe, è un privilegio raro”.

Nelle uniche due vittorie del Cosenza a Bari, lei era in campo a lottare per i silani. Che effetto le faceva giocare da ex a casa sua?

‘Una grande emozione. Giocare contro la squadra della propria città non è mai facile, ma da professionista dai sempre il massimo. Vincere a Bari con la maglia del Cosenza è un’impresa riuscita pochissime volte nella storia, ed esserci stato in entrambe le occasioni è un motivo d’orgoglio. Ma il mio grande affetto per i colori biancorossi non è mai venuto meno”.

È stato uno dei simboli del famoso “Bari dei baresi” di Catuzzi, una squadra che incantò l’Italia con il suo gioco.

“Quel Bari era una macchina perfetta, un’alchimia unica. Catuzzi era un visionario, un maestro che ci trasmetteva un’idea di calcio moderna e spregiudicata. Eravamo un gruppo fantastico: giocavamo a memoria, spinti da un entusiasmo travolgente. Quel periodo ha segnato l’inizio di qualcosa di irripetibile. Quanto vorrei riviverlo… Ma la A incredibilmente persa mi fa male ancora oggi”.

Poi arrivò l’era di Bolchi, con la storica cavalcata fino alla semifinale di Coppa Italia da squadra di C.

“Con Bolchi il registro cambiò: si passò alla solidità tattica, ma i risultati furono incredibili. Arrivare in semifinale di coppa eliminando colossi della serie A pur giocando in C1 fu un’impresa epica. C’era un rispetto reciproco fortissimo tra noi e l’allenatore: Bolchi sapeva come tirar fuori il 100% da ognuno di noi”.

A Bari i tifosi la chiamavano “Maradona”. Perché?

“Amavo dribblare alla sudamericana, e spesso facevo gol dalla lunga distanza. In Primavera ne ho fatti tanti, sono stato anche capocannoniere e capitano quando vincemmo la Coppa Italia contro il Milan dei campioni in un Della Vittoria pieno. Di pali e traverse, invece, ho perso il conto (ride, ndr)”.

Che effetto le fa vedere oggi il Bari in C in uno stadio quasi deserto?

“Tanta amarezza. La forza del Bari è la spinta della sua eccezzionale tifoseria. Ai miei tempi giocare al Della Vittoria metteva i brividi in ogni partita. La gente ci amava e noi amavamo loro. Bari deve tornare grande”.

Lei la serie C a Bari l’ha vinta. Pensa che il Bari di Rastelli riuscirà a centrare il ritorno in B?

“Me lo auguro. Noi fummo protagonisti dall’inizio alla fine. Avevamo qualità e personalità. Sono partiti bene, e questo è un buon segnale. La rosa è sicuramente di livello, Rastelli sta facendo bene, ma la C è dura e cinica: contano molto carattere e corsa”.

Oggi il suo presente è a Cosenza, dove lavora con i giovani, ma il legame con la sua città natale resta fortissimo.

“Lavorare con i giovani è gratificante: scoprire talenti e vederli crescere ti regala soddisfazioni impagabili. Ma appena gli impegni me lo consentono, salgo in macchina e torno a Bari. Lì ci sono la mia famiglia, i miei amici di sempre, le mie radici. Non importa dove mi porti il calcio: Bari sarà sempre la mia casa”.




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