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Armi Usa nello spazio: dura la reazione di Pechino e Mosca

La corsa alle armi rompe i confini terrestri per approdare nello spazio. La recente ammissione giunta per bocca del segretario dell’Air Force Troy Meink, durante l’annuale conferenza in Maryland, segna il superamento di un confine storico: il dispiegamento ufficiale e pubblico di armi di controllo in orbita.

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La narrazione di Washington, in perfetta continuità con l’eredità dell’amministrazione Trump che nel 2019 istituì la Space Force, si regge sul collaudato paradigma della difesa preventiva. «Garantire di essere pronti ad affrontare le sfide di minacce in evoluzione», ha dichiarato Meink, giustificando il possesso di mezzi in grado di difendere le forze americane da azioni ostili. Eppure, dietro il lessico rassicurante della protezione, si profila una decisa accelerazione verso la militarizzazione del cosmo, svincolata dalle precedenti cautele diplomatiche.

Le reazioni di Cina e Russia, i due poli di quello che Washington considera il principale asse di competizione, non si sono fatte attendere. Pechino ha condannato la trasformazione dello spazio “in un campo di battaglia”, denunciando una corsa agli armamenti che essa stessa, secondo i dossier statunitensi, contribuisce a foraggiare attraverso la propria modernizzazione militare. Il Cremlino, per voce di Dmitry Peskov, invoca la smilitarizzazione orbitale, pur essendo accusato dagli Usa di considerare la supremazia spaziale come il fattore dirimente per i conflitti futuri.

L’assenza di tempistiche e di dettagli tecnici sui mezzi americani dispiegati – siano essi armamenti cinetici tradizionali o strumenti non cinetici, come laser per accecare i satelliti o sistemi di disturbo elettromagnetico –non fa che alimentare l’opacità di questo nuovo scenario.


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