Approfondimenti – Michael Jackson – Michael, perché il biopic ha diviso critica e pubblico (ed entrambi hanno ragione) :: Gli Speciali di OndaRock
Per parlare del biopic “Michael”, partiamo subito da due numeri emblematici: 38% e 97%. Sono rispettivamente le percentuali di gradimento del film da parte della critica e da parte del pubblico su Rotten Tomatoes, il più famoso aggregatore online di recensioni cinematografiche e televisive. Anche su Metacritic, altro sito molto frequentato dai cinefili, la situazione è simile, con una media di 39 punti da parte della critica e di 79 da parte degli spettatori. Vista l’evidente disparità di giudizio, chi dei due ha ragione? Possiamo affermare, pilatescamente, entrambi, perché sono totalmente diverse le aspettative da cui partono. Ma prima di entrare nei giudizi, facciamo un passo indietro. Il film “Michael” ripercorre ventidue anni di storia, dal 1966 al 1988, in cui Jackson passa da bambino prodigio di una umile famiglia di Gary a superstar mondiale che vive in un gigantesco ranch nella contea di Santa Barbara. Il regista Antoine Fuqua e lo sceneggiatore John Logan scelgono, come filo conduttore del film, lo scontro edipico tra il padre-padrone Joseph e il figlio-vittima Michael.
L’inizio del film vede il piccolo cantante costretto a provare ogni giorno le canzoni e le coreografie fino a tarda notte. Ogni volta che Michael sbagliava un pezzo o un balletto, il padre lo frustava violentemente con la cintura dei pantaloni. Joseph non accetta debolezze, né rallentamenti al suo piano di gloria. “In questa vita o si è vincenti o si è perdenti”, continua a ripetere incessantemente ai figli. I Jackson 5 si esibiscono per mesi in locali fatiscenti, fino al fortunato incontro con Suzanne De Passe della Motown, che rimane folgorata dal talento del gruppo. Il patron dell’etichetta, Barry Gordy, prende i ragazzi sotto la sua ala protettiva e li trasforma in star, grazie al talento fuori dal comune di Michael. Da qui in poi il film mostra velocemente gli eventi chiave della carriera dell’artista: l’incontro con Quincy Jones, i video memorabili, i premi, i tour negli stadi. Il biopic mostra anche la solitudine del cantante, il suo amore per gli animali, la beneficenza nei confronti dei bambini, il terribile incidente accaduto durante lo spot per la Pepsi. “Michael” termina negli anni del tour di “Bad”, quando il Re del Pop riesce finalmente ad affrancarsi dalla presenza ingombrante del padre e a diventare pienamente autonomo. Originariamente, il biopic doveva terminare nel 1993, mostrando le indagini della polizia a Neverland e le prime accuse di abusi sollevate da Jordan Chandler. La produzione è stata costretta a tagliare interamente questa parte e a fermare la narrazione alla tappa londinese del Bad World Tour del 1988, a causa di una complessa questione di diritto. Durante la post-produzione, i legali della Lionsgate (la società che ha prodotto il film) si sono resi conto che i termini del patteggiamento economico stipulato nel 1994 tra gli avvocati di Jackson e la famiglia Chandler impedivano di includere o menzionare Jordan Chandler come personaggio nel film. Di conseguenza, la produzione ha dovuto scartare tutto il materiale già girato sul 1993 per evitare pesanti ripercussioni legali. Il regista ha dovuto effettuare 22 giorni di riprese aggiuntive e pesanti tagli per rimodellare il finale, fermandosi alla fine degli anni Ottanta.
Già dai titoli di coda, la frase “La sua storia continua” ha confermato che il materiale tagliato e i suoi difficili anni Novanta verranno affrontati in un secondo film, ottimizzando così gli alti costi di produzione.
La critica ha ragione da vendere riguardo a una sceneggiatura non sempre all’altezza di un personaggio “larger than life” come Michael Jackson. John Logan (candidato tre volte all’Oscar) passa con eccessiva disinvoltura da un periodo e l’altro della vita di Jackson, con due buchi temporali dal 1970 al 1978 e dal 1984 al 1988. Capiamo che sia impossibile raccontare la storia di Jackson in due ore, ma questi “salti” non permettono di capire alcuni snodi fondamentali della vita personale e artistica di Jackson. La regia di Antoine Fuqua (specializzato in film d’azione come “Training Day” e “The Equalizer”) non ha particolari guizzi e approfondisce poco una personalità complessa e sfaccettata come quella del Re del Pop.
Anche i rapporti con i fratelli, quasi delle comparse, sono poco delineati, per non parlare della totale mancanza (per questioni legali) di due figure chiave come Diana Ross e Janet Jackson.
Eppure, nonostante le carenze della sceneggiatura e della regia, Michael funziona benissimo. Per questo gli spettatori tornano a vederlo più volte al cinema, tanto che il film ha già superato gli 800 milioni di dollari e ha tutte le carte in regola per superare il record di “Bohemian Rhapsody”, il biopic sui Queen, che ha incassato 910 milioni di dollari. Merito soprattutto della monumentale interpretazione di Jaafar Jackson (nipote di Michael e figlio di Jermaine) che, con questo exploit, ha tutte le carte in regola per concorrere all’Oscar come migliore attore protagonista nel 2027. Quello che stupisce di più è che Jaafar non è un attore e che da ragazzo voleva fare il golfista professionista. Alla fine il richiamo della musica è stato troppo forte e nel 2019 ha pubblicato il suo primo singolo, “Got Me Singing”, facendosi notare per le sue capacità vocali e per la presenza scenica. Nel 2023 il produttore Graham King lo ha scelto per il ruolo dopo un lungo processo di casting, anche se inizialmente era riluttante per le probabili accuse di nepotismo. Durante le riprese, Jaafar ha stupito tutti per la sua straordinaria abnegazione e per il talento nell’interpretare l’amato zio, lavorando per due anni per prepararsi al ruolo. Ha studiato recitazione con un acting coach e ha ballato ogni giorno per ore, seguito da due coreografi di Michael, Rich + Tone Talauega, con lui nell’ HIStory Tour del 1996.
Ciò che impressiona di più di Jaafar, oltre alle perfette coreografie di ballo, sono gli sguardi, le espressioni e la voce (a proposito: andate a vedere “Michael” in inglese). Lui, nel film, non imita Michael Jackson, come fece Rami Malek con Freddie Mercury in “Bohemian Rhapsody”: lui diventa Michael Jackson. C’è un’adesione totale non solo alla mimica e alle movenze, ma allo spirito di Jackson: la sua dolcezza, la sua bontà d’animo, la sua ironia, la sua fragilità personale a cui si giustappone la sua determinazione artistica.

Se Jaafar è straordinario, va sottolineata anche la felice scelta del casting nei ruoli di Joseph Jackson (Colman Domingo), Katherine Jackson (Nia Long), KeiLyn Durrel Jones (Bill Bray) e Michael bambino (Juliano Krue Valdi). Se Fuqua non approfondisce troppo alcuni aspetti psicologici del cantante, dall’altra parte rende benissimo la parte musicale e performativa di Michael Jackson. Le esibizioni di “Beat It”, “Thriller“, “Billie Jean” e “Human Nature” sono una gioia per gli occhi e per le orecchie, soprattutto se vedete in film nel formato iMax. Le scenografie, i costumi, il trucco e la fotografia riescono a dare assoluta credibilità ai numeri musicali, dando davvero l’impressione di trovarsi davvero sul set cinematografico o a un concerto di Jackson.
Anche la scelta delle canzoni, contenute nella colonna sonora di “Michael: Songs From the Motion Picture”, sono uno dei punti di forza del biopic. Dallo splendido album “Off The Wall” del 1979 sono stati presi “Don’t Stop ‘Til You Get Enough”(che accompagna una delle scene più esaltanti del biopic) e “Workin’ Day And Night”. Quest’ultima ha un ruolo fondamentale nell’economia del film: il momento in cui Michael, alla fine dei Victory Tour, si ribella al padre e lo guarda negli occhi, annunciando il suo ultimo concerto insieme ai fratelli. Ben cinque canzoni della colonna sonora sono estratte dal capolavoro “Thriller”: “Beat It”, “Thriller”, “Billie Jean”, “Wanna Be Startin’ Somethin” e “Human Nature”. Una sola canzone è stata scelta da “Bad”, proprio la grintosa title track, che segna la sua piena libertà artistica dal padre Joseph e un nuovo capitolo della sua vita.
Il film “Michael” ha l’indiscutibile merito di celebrare la sua arte e al tempo stesso di fare luce (sebbene brevemente) su alcuni aspetti che spesso sono stati poco capiti. Tra questi, spiccano la vitiligine che gli ha schiarito la pelle, i dolori cronici dopo l’incidente Pepsi, la dipendenza dagli antidolorifici in seguito alle gravissime ustioni al cuoio capelluto. Nel film c’è l’essenza dell’artista Gary, la sua voce straordinaria di tre ottave e mezza, i suoi incredibili passi di danza che sfidano la gravità, la sua visionarietà nei videoclip, il messaggio delle sue canzoni. C’è tutta la sua solitudine, la sua umanità, la sua ironia, la sua dolcezza e la sua determinazione nell’affrancarsi da un padre autoritario e nel trovare la sua strada. Il merito principale del biopic è quello di aver avvicinato alla magia di Jackson una nuova generazione di fan, che probabilmente non erano nemmeno nati nel 2009 (anno della sua scomparsa) e ora possono riscoprire in streaming i numerosi tesori che ci ha lasciato in eredità. Non è un caso che gli ascoltatori del Re del Pop siano passati, nell’ultimo mese, da 70 a 110 milioni su Spotify, che “Billie Jean” sia stata a maggio la canzone più ascoltata al mondo secondo la Billboard Global Chart e che “Michael” sia il film più visto al cinema nel 2026. Il film ha riacceso la “Michaelmania” in tutto il mondo, mostrando anche ai più giovani la bellezza e la qualità del pop d’autore, cantato, suonato e prodotto a regola d’arte. Forse il biopic non va giudicato per quello che è solo come film, ma per gli effetti che ha provocato. Hanno fatto il giro del web le numerose immagini dei fan di Jackson che ballavano e cantavano le sue canzoni durante le proiezioni del film, dei flashmob in suo onore in ogni parte del mondo, dei tanti omaggi e ricordi da parte di chi ha amato MJ.
Curiosamente, il biopic non è stato apprezzato da Paris Jackson, che, a differenza dei due fratelli, non ha preso parte né alla produzione del film, tantomeno alle première cinematografiche. Paris ha dichiarato sui social: “È Hollywood. Non è pensato per essere completamente accurato, ma per intrattenere. Piacerà ai fan che vivono nella fantasia”. Un’affermazione con la quale si può essere d’accordo o meno, ma che coglie un punto fondamentale. “Michael” non è un documentario sulla vita di Jackson, ma un’opera di fantasia, nata con l’obiettivo di intrattenere. Dal punto di vista dell’entertainment, il biopic funziona benissimo, perché il film non ha mai un momento di noia in due ore ed è addirittura esaltante nei numeri musicali e di ballo. Dal punto di vista psicologico, nonostante non sia particolarmente approfondito, “Michael” offre alcuni interessanti spaccati del suo carattere, nel quale convivono fragilità privata e determinazione pubblica. Probabilmente nessun film, anche con un regista più quotato, poteva riassumere in due ore tutta la grandezza artistica e la personalità sfaccettata di Michael Jackson. Se un film imperfetto come “Michael” ha il merito di far conoscere alla Generazione Z un artista straordinario come il Re del Pop e, al tempo stesso, di riaccendere un amore mai sopito nei suoi fan, allora il biopic ha fatto ampiamente il suo dovere.
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