Antiche cattedrali e isole agricole tracciano il volto più quieto della laguna
Dall’alto del campanile di Torcello, nelle giornate più limpide, si gode del panorama di una Venezia del tempo che fu. In lontananza si distingue il profilo della città e dei suoi luoghi simbolo, piazza San Marco e il ponte di Rialto, iconografie turistiche con il loro quotidiano contorno di folla. Ma qui, a dieci km in linea d’aria, tutto è quiete e silenzio. Solo qualche motore di vaporetto o di motoscafo interrompe la magia di un luogo che, per certi versi, sembra essersi cristallizzato nel tempo. Torcello, Burano e Mazzorbo sono i nomi delle principali isole di questo angolo settentrionale della laguna. Proprio a Torcello si può dire che sia nata Venezia, considerato che i ritrovamenti più antichi risalgono all’epoca romana e che l’attuale cattedrale, costruita attorno all’anno Mille sulle fondamenta di un precedente edificio di culto cristiano risalente al 639, è stata a lungo residenza di vescovi e luogo d’elezione dei primi dogi.
Tra l’isola delle Vignole e quella di San Francesco del Deserto
C’è stato dunque un tempo nel quale le isole erano il giacimento agricolo della laguna, habitat ideale per le coltivazioni necessarie alla sussistenza delle prime comunità. Migliaia gli abitanti, fiorente il commercio con un ruolo privilegiato per il vino, ottenuto da vigneti capaci di crescere in un ambiente ostile, con poca profondità di suolo a disposizione (mediamente un metro di terreno prima di incontrare l’acqua) e un livello di salinità superiore a quello che gli agronomi ritengono essere tollerabile per la vite. Eppure qui la vite ha sempre trovato spazio, come rivela anche la toponomastica nell’isola delle Vignole e quella di San Francesco del Deserto, un tempo chiamata “isola delle due vigne”. Ma se sull’esistenza dei vigneti vi era già certezza, fino a 25 anni fa sui vitigni coltivati poco si sapeva, per esempio che il vino di un tempo fosse la Dorona, incrocio antico tra la Garganega e la Bermestia. Si dubitava sul fatto che ne esistessero ancora delle piante, fino a quando Gianluca Bisol, un cognome che ha fatto la storia del Prosecco, non ha fatto casualmente visita alla proprietà di Nicoletta Piccoli Emmer, antiquaria di professione, e al suo giardino privato, dove, pronte per essere definitivamente sradicate, ha trovato poche piante di Dorona.
Torcello, vitigno simbolo
Questa è la storia del “miracolo di Torcello” con un vitigno simbolo di venezianità riportato in vita, e in produzione, dopo decenni di oblio. Oggi la Dorona di Bisol è coltivata in tre micro vigneti da un ettaro ciascuno, custoditi rispettivamente a Torcello, a Mazzorbo e sull’isola disabitata di San Maffio. Tre cru, riuniti nel nome Venissa, per tre espressioni diverse e poche centinaia di bottiglie, il cui significato non si limita solo al pur pregevolissimo calice, ma si estende nella memoria storica di queste isole dove ormai vivono pochissimi residenti (la stessa Torcello sembra ne abbia appena cinque) e dove il silenzio della laguna, vaporetti a parte, è interrotto solo dal vociare dei bambini in gita scolastica. Vini e vigneti a parte, mentre a Mazzorbo l’antica chiesa di Santa Caterina custodisce la più antica campana della laguna veneziana, realizzata nel 1318 e sempre sfuggita ai reiterati desideri militari di fonderla per farne cannoni, a Torcello nella cattedrale si può ammirare lo spettacolare mosaico veneto-bizantino che rappresenta il Giudizio Universale, si può provare a sedersi sul leggendario “trono di Attila”, concedersi un pranzo di charme al ristorante Venissa, una stella Michelin, o nella più abbordabile ma sempre eccellente osteria omonima e provare i vini Dorona prodotti dalle vigne che circondano il ristorante stesso. E, ovviamente, salire in cima al campanile per ammirare un panorama fatto di campanili e isole, voli di gabbiani e piccoli aironi bianchi, canali e barene in perenne equilibrio tra aria ed acqua, vigne e campi coltivati. Insomma, non la Venezia della Biennale, non quella delle gondole e dei monumenti da vedere almeno una volta della vita ma, forse, la Venezia come la videro i primi uomini che vi arrivarono oltre mille anni fa e che le diedero il nome.
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