>ANSA-FOCUS/ Forza multinazionale e impegni vincolanti. L’art.5 per Kiev – Altre news
(di Mattia Bernardo Bagnoli)
Il vecchio adagio recita: quando
il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare. L’ennesimo
vertice a Parigi dei Volenterosi si può benissimo sintetizzare
così perché, ora, dalle parole bisogna passare ai fatti.
Volodymyr Zelensky ottiene garanzie “vincolanti” per avere una
“sicurezza reale” in caso di bisogno.
Ovvero un nuovo attacco della Russia dopo un eventuale accordo
di pace (evidentemente reso possibile da concessioni
territoriali). Dettaglio cruciale: le promesse dei leader non
bastano, serve la ratifica dei Parlamenti. Anche in Europa.
Due pagine e quattro punti in cui è sintetizzata la
strategia. Sui parte da una prima linea di difesa garantita da
un esercito ucraino forte di 800mila uomini. Linea del fronte
monitorata dagli Usa attraverso satelliti, droni e sensori.
Forza multinazionale di rassicurazione dislocata in Ucraina, di
terra mare e aria, anche a garanzia della rigenerazione delle
forze ucraine, esauste dal conflitto. Benché qui a guidare
saranno gli europei, gli Usa daranno una mano con intelligence e
logistica in cui sono più avanzati. Washington inoltre si
impegnerebbe a dar manforte agli alleati nel caso in cui
l’Ucraina dovesse essere attaccata di nuovo: una sorta di
articolo 5 dell’Alleanza Atlantica. Chi s’impegna con i propri
militari, in caso di guerra rinnovata dovrà entrare in gioco
‘boots on the ground’: Londra e Parigi hanno già annunciato “hub
militari” nel paese subito dopo la tregua.
“Dobbiamo essere chiari: non si tratta di mettere a
disposizione un battaglione da stazionare a Leopoli o Kiev ma
vuol dire firmare garanzie legali e, se l’accordo sarà violato,
bisognerà portare il proprio Paese in guerra”, precisa una fonte
europea spiegando il senso del vertice. Ecco perché tra gli
impegni si parla di “uso di capacità militari” ma anche
“intelligence e supporto logistico, iniziative diplomatiche
nonché adozione di ulteriori sanzioni”. Un menù ampio per
permettere ai vari Paesi di scegliere il proprio grado di
rischio, anche alla luce delle Costituzioni e delle realtà
politiche interne. L’Italia, ad esempio, ha già detto di
escludere gli scarponi sul terreno mentre Berlino è pronta a
partecipare, ma solo in paesi Nato limitrofi, dopo il via libera
del Bundestag.
Ora resta il nodo dei tempi. Per quanto si dovranno impegnare
i partner? Zelensky ha già detto agli Usa che i 15 anni proposti
non sono abbastanza ed è chiaro che ci dovrà essere unità
d’intenti con l’Europa. Kiev inoltre preme sull’Ue per avere una
data d’ingresso nell’Unione, vista come parte delle garanzie di
sicurezza (richiesta che cozza con il principio del merito,
solitamente applicato). Il 2027 è irreale, lo sanno tutti, e
resta da capire il punto di caduta. Inoltre, sullo sfondo,
aleggia l’indicibile: quanto ci si può fidare di Donald Trump?
Basta chiedere alla Danimarca, se oggigiorno valgano o meno le
garanzie di sicurezza degli Usa. Insomma, l’idea della ratifica
del Congresso non piace solo a Zelensky.
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