Piemonte

Alle Molinette di Torino un 40enne salvato con un filo elettrificato che riapre l’aorta

TORINO – Il dolore arriva improvviso, sordo e profondo, sbalzando dal torace fino all’addome. Per un uomo di quarant’anni giunto d’urgenza all’ospedale Molinette della Città della Salute e della Scienza di Torino, le immagini della TAC non lasciano spazio a dubbi: la parete dell’aorta si è lacerata e scollata lungo quasi tutto il suo percorso. È una dissecazione aortica acuta, un’emergenza ad altissimo rischio di emorragia fatale o di rottura del vaso principale del corpo umano.

A rendere il quadro ancora più drammatico è la patologia di fondo del paziente: la Sindrome di Marfan, una malattia genetica del tessuto connettivo che rende le pareti arteriose estremamente fragili, la stessa di cui soffrivano illustri personaggi del passato come Niccolò Paganini, Abraham Lincoln e Charles de Gaulle.

Il primo tempo: il cuore messo in sicurezza

L’uomo viene preso in carico dalla Medicina d’Urgenza dell’ospedale Molinette di Torino, diretta dal professor Enrico Lupia, e trasferito immediatamente in Cardiochirurgia per evitare la rottura imminente dell’aorta prossimale.

Qui scatta il primo intervento di salvataggio: l’équipe del professor Mauro Rinaldi ripara le valvole aortica e mitrale e sostituisce l’aorta ascendente e l’arco aortico. L’operazione riesce perfettamente e il cuore è salvo, ma la dissecazione prosegue verso il basso. Dentro il vaso, lo strato di parete scollato (la “lamella”) si comporta come una tenda spinta davanti a una porta: ostruisce il passaggio del sangue diretto a reni, intestino e arti inferiori, esponendo gli organi a un’ischemia letale.

La svolta: una guida elettrificata per “aprire” la membrana

Operare nuovamente dall’esterno un’aorta così biologicamente fragile avrebbe comportato rischi altissimi. Per questo motivo il professor Fabio Verzini, direttore della Chirurgia Vascolare universitaria, propone una soluzione straordinaria mai eseguita prima in Italia su un paziente affetto da Marfan: la settotomia aortica endovascolare con guida elettrificata.

Pianificata nei minimi dettagli grazie alla collaborazione scientifica con il Centro di Houston diretto dal professor Gustavo Oderich, la procedura si rivela un capolavoro di precisione chirurgica. Mentre la Cardiochirurgia resta in allerta per un eventuale intervento a torace aperto in caso di complicanze, l’équipe di Chirurgia Vascolare (con Verzini e il dottor Matteo Ripepi) e il dottor Andrea Discalzi della Radiologia universitaria (diretta dal professor Paolo Fonio) entrano in azione in modalità mini-invasiva attraverso le arterie dell’inguine.

Sotto la guida delle immagini radiologiche, un sottile filo metallico viene condotto fino al setto che ostruisce il vaso. Una volta elettrificato, il filo viene utilizzato come una lama di precisione per incidere la membrana dall’interno, longitudinalmente, come se si stesse aprendo una cerniera lampo. I due flussi di sangue tornano così a comunicare, restituendo l’irrorazione corretta a reni e intestino senza provocare alcuna lacerazione dell’aorta. Fondamentale anche il supporto dell’équipe di Anestesia e Rianimazione 2, diretta dalla dottoressa Chiara Melchiorri, all’interno del Dipartimento guidato dal dottor Maurizio Berardino.

Dimesso dopo soli tre giorni

L’esito dell’intervento va oltre le aspettative: appena tre giorni dopo la procedura, il quarantenne ha potuto lasciare l’ospedale in perfette condizioni e senza necessità di riabilitazione.

Un successo corale che dimostra l’efficacia del lavoro multidisciplinare tra medicina d’urgenza, cardiochirurgia, chirurgia vascolare, radiologia e anestesia. La vicenda rilancia infine l’importanza fondamentale della campagna di sensibilizzazione “Think Aorta”: di fronte a un dolore toracico o addominale improvviso e violento, sospettare subito un problema aortico è l’unico modo per non sprecare minuti che valgono la vita.

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