Ambiente

Dal 1800 a oggi, caseario lodigiano esporta italianità – Business

Dal seme piantato nel terreno al prodotto che arriva sulla tavola. Una filiera del formaggio completa e un piano: portare, partendo da un piccolo comune del Lodigiano, l’italianità all’estero, nei mercati di Cina, Brasile, Giappone, Dubai e Doha. “Siamo una piccola media impresa, non siamo un colosso, ma il nostro obiettivo è quello di far conoscere la genuinità e l’autenticità. A differenza di altre aziende che si occupano di una piccola parte del processo, noi curiamo tutto il percorso, da quando il seme viene inserito nel terreno a quando il prodotto finisce sulle tavole. E questo significa garantire qualità, tradizione e autenticità. All’interno dei nostri prodotti non si troveranno mai degli edulcoranti, dei coloranti o dei correttori di acidità. Quello che noi facciamo è prendere il latte e trasformarlo in formaggio”.
    A parlare è Marco Raimondi, 27 anni, del caseificio omonimo, a Ospedaletto Lodigiano, che in questi mesi ha partecipato a diverse missioni con la Commissione Europea, l’ultima a San Paolo, in Brasile, dove negli incontri B2B ha avuto anche occasione di far assaggiare il suo formaggio che è stato molto apprezzato. Azienda storica, dal 1800, gestita da tre generazioni ancora a livello familiare ma con un’ottica industriale, e che oggi sfida nuovi mercati facendo leva sull’innovazione. A far crescere l’azienda in questi anni è stato il lavoro del papà di Marco, Paolo. E mentre Marco si occupa dei rapporti internazionali e di portare il nome in giro per il mondo, la sorella Paola dirige dietro le quinte.
    “Per il Grana Padano – spiega Marco Raimondi – adesso siamo intorno alle 50.000 forme all’anno. In più stiamo sviluppando la produzione del tipico Lodigiano che è considerato il padre fondatore dei formaggi a pasta dura, ma anche altri prodotti come la raspadura”. Poi il benessere animale. “Il nostro non è un allevamento intensivo, teniamo molto alla pulizia degli animali e abbiamo addirittura un laboratorio per fare le unghie alle mucche e l’università di Piacenza viene con i ragazzi per imparare come prendersi cura dell’animale, perché un animale sano è un animale che produce di più”. “A San Paolo – racconta ancora Marco Raimondi – siamo andati a far vedere che cosa siamo in grado di fare. Abbiamo investito tanto nella creazione di contenuti e ci aspettiamo di capire quello che è il mercato. Ci sono tante variabili che entrano in gioco, i trasporti, le tasse, le abitudini e il potere d’acquisto delle persone. Stiamo notando che i brasiliani sono molto più attenti alla qualità e alla tradizione che c’è dietro un prodotto. Poi abbiamo capito che è un Paese molto aperto all’innovazione, con un mix di culture, che ospita più di 4 milioni di italiani e dove la popolazione è giovane, quindi l’utilizzo di social network, di e-commerce e spese online. Penso che sia un buon mercato dove investire”, dice. A chiudere il cerchio della filiera l’ultimo arrivato, un ristorante, ‘Il Bue blu’, creato per gustare le ricette con i prodotti dell’azienda. 
   

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