La paratleta Serena Banzato dopo una fascite necrotizzante: «Mi hanno “svuotato” l’arto man mano che il tessuto moriva. È un dolore che non si può spiegare: il parto, in confronto, è una passeggiata. Ma ero viva»
Quando si rende conto che quella piccola vescica non era solo una vescica?
«All’inizio non lo capisco. Continuo a camminare, a fare 50 chilometri al giorno. Avevo febbre, vomito, capogiri, ma pensavo fosse stanchezza. Quando finalmente ci fermiamo in una piccola farmacia sperduta nella Galizia, la gamba era già gonfia. Nel giro di poche ore, il dolore diventa insopportabile. In ospedale scoprono che ho una fascite necrotizzante: un batterio mi stava letteralmente mangiando i tessuti, dal piede all’inguine».
Le comunicano che potrebbe non farcela. Cosa succede in quel momento?
«Mi scrivono su un tablet, in catalano: “Chiama la tua famiglia, dobbiamo operarti d’urgenza”. Ricordo che ho chiamato mia madre. Mio figlio Nathan aveva tre anni e mezzo. Quella telefonata è stata come l’ultima di un condannato. Senza spaventare mia madre, le ho fatto capire di prendersi cura di lui. In quel momento ho capito quanto siamo fragili. Viviamo come se fossimo infiniti, e invece basta un niente».
Ha firmato per l’amputazione.
«Sì. Ho detto al chirurgo: “Tagliatemi la gamba, ma fatemi tornare a casa da mio figlio”. Poi ho chiuso gli occhi e mi sono affidata al mio papà Sergio, il mio angelo, scomparso 11 anni fa per un tumore al pancreas. Quando mi sono svegliata, non ho guardato se la gamba c’era o no. Ho solo pensato: “Sono viva. Grazie”».
Da quel momento, ha subito 13 operazioni in un anno…
«Tredici, sì. Mi hanno “svuotato” l’arto man mano che il tessuto moriva. È un dolore che non si può spiegare: il parto, in confronto, è una passeggiata. Ma ero viva. E dentro di me, quella maratoneta che ero sempre stata continuava a ripetermi: “Ci vediamo all’arrivo”. Non sapevo dove o quando fosse l’arrivo, ma non volevo fermarmi prima».
Lei è una sopravvissuta. Cosa la ha tenuta viva?
«La mente da sportiva. E l’amore. Prima di addormentarmi ho parlato con mio padre. Gli ho detto: “Non voglio lasciare mio figlio orfano. Pensaci tu”. Quando mi sono svegliata, ho capito che in qualche modo era stato con me. Ho avuto fede, ma anche una determinazione quasi animale. Avevo ancora una gara da finire».
Ha ricominciato da zero. Letteralmente.
«Sì. Ho imparato di nuovo a camminare, per tredici volte. Ho preso la seconda laurea in carrozzina. E ancora in ospedale, ho chiamato un’associazione di para-atleti chiedendo: “Come posso tornare a correre?”. Tutti mi davano per finita. Poi ho incontrato un fisiatra che mi ha detto: “Non so come farai, ma voglio credere in quello che credi tu”. È iniziata così la mia seconda vita».
Ha trasformato la disabilità in una forma di potenza, quindi…
«Sì, anche se la mia gamba non funziona: è svuotata, il piede è bloccato a 90 gradi. Cammino con le stampelle, ma corro senza. Perché nella corsa, l’appoggio è minimo. Ho imparato a usare il piede destro per spingere e l’altro per accompagnare. Sono diventata campionessa italiana di paratriathlon e su pista. Ho imparato a nuotare, a pedalare, a vivere con un corpo nuovo. Ma soprattutto, ho imparato a sentire la vita in modo diverso».
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