Salvini resta leader della Lega, ma avverte: «Stop armi all’Ucraina»
Nasce il Salvini quater. E stavolta senza acclamazione e senza più il nome nel simbolo. Matteo Salvini resta alla guida della Lega. Nella sua Milano, il congresso che ha voluto per stoppare la fronda nordista lo conferma segretario per la quarta volta. Per lui 465 voti, 146 a Massimo Garavaglia. Solo 8 le schede bianche e nulle e, sui 611 voti validi, il 76% va al primo, sfiora il 24% il secondo. Il leader quindi si blinda ufficialmente per altri 4 anni – il mandato scade nel 2030 – e con un nuovo simbolo (“Lega Italia federale”) traghetta il partito verso le elezioni politiche. Chiede almeno 1-2 settimane per definire la segreteria politica (novità introdotta nello statuto), assicura che Luca Zaia è «prezioso» e darà una mano alla squadra ma senza fretta. Resta in ballo l’ipotesi che all’ex Doge offra invece una più prestigiosa vicesegreteria unica.
Dal palco, e con un piglio più di lotta che di governo, Salvini annuncia che al Consiglio dei ministri chiederà di smettere di dare soldi e armi all’Ucraina. E’ la promessa che mette sul piatto dei leghisti, prima che si aprano le urne. E in modo un pò irrituale, parlando ancora da candidato, chiede: “Alzi la mano chi ritiene che io abbia questo mandato per portare questa nostra posizione». Una mossa che di sicuro convince i leghisti più radicali e che Zaia condivide apertamente («Sennò quella guerra diventerà il nostro Afghanistan”). Ma quel suo «non possiamo continuare a mandare soldi e armi» a Kiev risuona più come un’esca elettorale interna che un messaggio, o minaccia, agli alleati. Questi ultimi in effetti non sembrano preoccuparsi troppo, visto il silenzio.
Per il resto il «capitano» riconfermato chiude l’inaspettato conclave milanese con l’«amarezza» per le polemiche dei mesi scorsi ma anche dicendo basta ai ’fratelli-coltellì dentro il Carroccio o con il boicottaggio che bolla come «tradimento al leghismo». Nell’ex fiera di Milano, oggi una creatura avveniristica che si confonde tra le torri di City Life, Salvini glissa sull’esito delle urne. Un voto per la prima volta segreto e con i nomi scritti a mano. Tanto da dare adito al sospetto, da parte di alcuni, di trucchetti dei ‘salvinianì per contarsi scrivendo il nome del leader in più modi, in base alle regioni. Di certo c’è che lo sfidante, senatore e amico di Giancarlo Giorgetti, ha strappato «quasi il 25%» dei consensi. Lo dice lui stesso sorridente. E così, da outsider e con l’appoggio esplicito solo dei «ribelli“ Attilio Fontana e Massimiliano Romeo, torna a casa soddisfatto. La percentuale dei consensi raccolti rivela che un’alternativa al «Capitano» c’è. Garavaglia la spiega così: «La mia candidatura era per dare voce ad anime differenti che ci sono. Dopodicché si lavora tutti insieme. Però negare l’evidenza non fa bene a nessuno». Non a caso gli fa eco Romeo, convinto che “quel disagio non era un’invenzione, non erano diatribe interne, ma un disagio che non può essere ignorato, e soprattutto non solo lombardo». Per Salvini, però, guai a chiamarla «corrente“ di partito. E insiste: «Le correnti le lasciamo al Pd, e nemmeno minoranza e maggioranza».
Il giorno dopo il processo al capro espiatorio Romeo, al congresso i toni si fanno morbidi, a parte l’intervento puntuto di Silvia Sardone. L’eurodeputata in corsa come sindaca di Milano rivendica fiera «una Lega d’attacco e non una Lega democristiana», e molti lo leggono come un attacco alle parole di Zaia di sabato, nettamente agli antipodi. Tutti gli altri descrivono un clima da pace riconquistata. Se ne fa interprete Giancarlo Giorgetti. Parla da militante e non da ministro e non nega che ci siano problemi (“Chiaramente ne abbiamo”) ma offre la soluzione: «Facciamo salire in squadra quelli che hanno dimostrato sul territorio di riuscire a produrre consenso». Sembra un endorsement a Zaia che continua a non raccogliere ma incarna il ruolo del paciere. «Anche nelle famiglie c“è qualcosa che non funziona, ma in questo congresso sono venuti fuori più punti di coesione che divisione, questo è il messaggio», dice l’ex governatore veneto. Di certo a invocare il suo nome ma anche quello di Giorgetti, Durigon e «ovviamente Salvini» è pure Garavaglia. Li definisce «fuoriclasse» che vorrebbe nella sua squadra se eletto, chiarendo: «Dobbiamo pescare dal vivaio dove abbiamo fuoriclasse che tutti ci invidiano e non cercando il super calciatore sul mercato». Impossibile non pensare a Roberto Vannacci. All’ultimo congresso un anno fa salì sul palco con la tessera appena presa della Lega, ora il generale è solo «un traditore».
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