Società

Optogenetica e libero arbitrio – Pensare la notizia

Il fatto

Il 5 ottobre 2026 il Nobel per la Medicina è stato assegnato all’americano Karl Deisseroth e ai tedeschi Peter Hegemann e Georg Nagel, che hanno dato vita all’optogenetica: una tecnica che permette di accendere e spegnere le cellule del cervello con la luce.
La storia comincia lontano dal cervello. All’inizio degli anni Novanta Hegemann studiava un’alga fatta di una sola cellula, la Chlamydomonas, e voleva capire come riuscisse a nuotare verso la luce con tanta prontezza. Insieme a Nagel trovò la risposta in due proteine, le canalrodopsine, che funzionano come minuscole porte: quando la luce le colpisce si aprono, lasciano entrare nella cellula particelle cariche di elettricità e producono così un impulso elettrico, lo stesso tipo di segnale con cui comunicano i neuroni.
Nel 2005 Deisseroth inserì il gene di una di queste proteine nei neuroni di ratto e, illuminandoli con un lampo di luce blu, li fece attivare. Da allora i ricercatori possono accendere a comando gruppi precisi di cellule nervose e vedere che cosa succede. Nel 2007 Deisseroth risvegliò così dei topi addormentati; nel 2012, insieme al gruppo di Susumu Tonegawa, fece rivivere ad alcuni topi la paura legata a un ricordo, senza che corressero alcun pericolo. Sull’uomo le applicazioni sono ancora poche: la più nota ha permesso a una persona resa cieca da una malattia della retina, la retinite pigmentosa, di recuperare una parte della vista.
Attenzione a non correre troppo. Questi esperimenti dimostrano una cosa precisa: in un animale di laboratorio, se si accendono certe cellule si ottiene un certo comportamento. Per arrivarci servono un gene introdotto apposta, una sottile fibra ottica portata dentro il cervello e anni di studio su un bersaglio preciso. Da qui all’idea che qualcuno possa guidare a distanza i pensieri di una persona il salto è enorme, e nessuno di questi studi lo ha compiuto.

La domanda

Eppure è difficile leggere questa notizia senza un piccolo brivido. Se basta un lampo di luce per svegliare un topo o per fargli provare paura, viene spontaneo chiedersi che cosa distingua le nostre decisioni da un interruttore premuto al posto nostro.
Quando rispondiamo a un messaggio o decidiamo se perdonare qualcuno, abbiamo la netta sensazione di essere noi a scegliere. La filosofia chiama questo enigma problema del libero arbitrio, cioè della nostra capacità di decidere liberamente, e da secoli si chiede se quella sensazione corrisponda a qualcosa di reale. La neuroscienza ha reso la domanda più concreta: se ogni nostro gesto nasce da cellule che si attivano, dove resta lo spazio per la libertà?

Le posizioni

I filosofi rispondono in tre modi principali. Vediamoli uno alla volta, ciascuno nella sua versione più convincente.

Il cervello decide per noi

La prima risposta prende il nome di determinismo: l’idea che ogni evento, comprese le nostre decisioni, sia l’effetto necessario delle cause che lo hanno preceduto. Per chi la sostiene, l’optogenetica conferma ciò che la neuroscienza suggerisce da tempo. Quando scegliamo, nel cervello si attivano cellule che rispondono a cause precedenti, come i geni ereditati, l’educazione ricevuta o le circostanze del momento. Nessuno di noi ha scelto il cervello con cui sceglie, e la sensazione di essere gli autori delle nostre azioni sarebbe un’illusione.
Il neurobiologo Robert Sapolsky, nel libro Determined (2023), ne ricava una conseguenza morale. Se nessuno è l’autore ultimo di ciò che fa, punire qualcuno per vendetta perde senso, e la giustizia dovrebbe limitarsi a proteggere la società e, dove possibile, a curare.

Libertà e cause possono convivere

La seconda risposta si chiama compatibilismo, perché ritiene la libertà compatibile con il determinismo. Ha una lunga tradizione, dallo scozzese David Hume nel Settecento fino a Harry Frankfurt e Daniel Dennett. Il loro ragionamento parte da un’osservazione semplice: quando diciamo che una persona ha agito liberamente, intendiamo che ha seguito i propri desideri e le proprie ragioni senza che nessuno la costringesse. Che quell’azione abbia delle cause, come ogni cosa al mondo, toglie poco o nulla alla sua libertà.
Frankfurt aggiunge un criterio utile. Dentro di noi convivono spesso desideri in conflitto: chi alza la voce durante una discussione, per esempio, può pentirsene un minuto dopo. Secondo Frankfurt siamo pienamente liberi quando il desiderio che ci muove è anche quello che, ripensandoci con calma, vorremmo avere.
In quest’ottica i topi dell’optogenetica mostrano bene che cosa significa mancare di libertà: la luce impone un comportamento scavalcando tutto ciò che l’animale vuole. Le scelte di ogni giorno, che passano attraverso il nostro carattere e le nostre ragioni, appartengono a un’altra categoria.

La libertà chiede qualcosa in più

La terza risposta è detta libertarismo, un termine che qui non ha nulla a che vedere con l’omonima corrente politica. Chi la difende obietta che agire secondo le proprie ragioni è troppo poco, se anche quelle ragioni erano già fissate da tutto ciò che è venuto prima. Per essere liberi in senso pieno bisognerebbe poter fare altrimenti trovandosi esattamente nelle stesse circostanze.
Il filosofo Robert Kane cerca questo margine nei momenti in cui una persona è combattuta tra due strade e, scegliendo, dà forma a sé stessa; altri lo collocano nella capacità di ciascuno di essere la causa prima delle proprie azioni, invece di un semplice anello in una catena. Per chi la pensa così, l’esperienza di deliberare e l’abitudine di chiedere conto delle azioni restano indizi seri, che gli esperimenti sugli animali lasciano intatti.
Ognuna ha sostenitori autorevoli e argomenti solidi, e il dibattito resta aperto. C’è però una distinzione che tutte e tre usano, ciascuna a modo suo: è lo strumento di questo articolo.

Lo strumento: causa o costrizione

Nel 1748, nella Ricerca sull’intelletto umano, David Hume fece un’osservazione che sembra semplice e si rivela potentissima: il contrario della libertà è la costrizione, più che la necessità.
Proviamo a capire perché. Ogni azione ha delle cause, quindi chiederci «la mia scelta è stata causata da qualcosa?» ci porta poco lontano: la risposta è sempre sì. La domanda utile riguarda il tipo di causa. Agire per le proprie ragioni e secondo il proprio carattere ha poco in comune con un gesto imposto da una forza esterna, come una pistola puntata alla tempia o la luce che accende i neuroni del topo. In mezzo c’è una zona più sfumata, quella della manipolazione: qualcuno sfrutta i nostri meccanismi senza che ce ne accorgiamo e ci porta a fare ciò che vuole lui, lasciandoci credere che lo vogliamo noi.
Anche il diritto la usa da secoli: chi è stato costretto con la violenza viene giudicato in modo molto diverso da chi ha agito di sua volontà.
Lo strumento è utile qualunque posizione si preferisca. Per i compatibilisti basta a definire la libertà. I deterministi lo considerano insufficiente per parlare di responsabilità in senso pieno, ma lo usano per distinguere gradi diversi di controllo sulle nostre azioni. I libertari lo ritengono una condizione necessaria, anche se da sola incompleta.

Come riconoscerla: tre domande.

  1. Da dove arriva la spinta ad agire: dalle mie ragioni o da qualcosa che le aggira?
  2. Se ci ripenso a mente fredda, sono d’accordo con il desiderio che mi ha spinto, oppure avrei preferito non seguirlo?
  3. Se avessi avuto un buon motivo per comportarmi diversamente, ci sarei riuscito?

Nella vita di tutti i giorni

Lo schermo del telefono si illumina e la mano si muove prima ancora di averlo deciso. Nessun elettrodo, nessun laboratorio: eppure anche qui una luce innesca un comportamento, e le tre domande aiutano a capire che cosa succede. La spinta arriva da fuori, da una notifica che qualcuno ha progettato apposta per catturare la nostra attenzione. A mente fredda, spesso quel gesto non lo approviamo, perché eravamo impegnati in altro. Eppure, quando abbiamo un buon motivo per resistere, ci riusciamo senza fatica: durante un colloquio di lavoro quasi nessuno prende in mano il telefono.
Quel gesto, dunque, sta in una zona intermedia, lontana dal topo risvegliato dalla luce e altrettanto lontana da una scelta ponderata. Accorgersene ha una conseguenza pratica: disattivare le notifiche, o stabilire noi i momenti in cui guardare il telefono, significa riportare la decisione dentro le nostre ragioni.
Lo stesso vale per le spinte che vengono dalle persone. Chi accetta un invito che non desidera, per paura di deludere un amico, agisce senza che nessuno lo costringa, e tuttavia la spinta viene in gran parte da fuori. Riconoscerlo permette di scegliere diversamente, oppure di scegliere la stessa cosa sapendo perché lo si fa: anche fare piacere a un amico può essere un’ottima ragione, se la sentiamo nostra.

La distinzione cambia anche il modo in cui giudichiamo gli altri. Un collega arriva in ritardo a una riunione importante. Se è rimasto bloccato da un treno soppresso, ha subito una costrizione; se si è fermato a chiacchierare al bar, ha seguito le proprie preferenze. Tra questi due estremi ci sono molti casi intermedi, e chiederci quale tipo di causa lo abbia mosso, prima di arrabbiarci, rende il giudizio più giusto. A volte rende più facile anche quel perdono da cui eravamo partiti.
Ripensando alle scelte di questi giorni, dove mettereste il confine tra le cause che vi appartengono e quelle che vi hanno spinto da fuori?

Per approfondire

Su Riflessioni.it:

Fonti

Scritto da Claude, a cura di Ivo Nardi · pubblicato il
Claude è un’intelligenza artificiale sviluppata da Anthropic. Come lavora la rubrica e chi risponde dei testi è spiegato nella Carta di metodo. Per segnalare un errore: Contatti.


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