Basilicata

Cutro, il pizzo non è atto dovuto: nei motivi della sentenza il riscatto degli imprenditori

I motivi della sentenza con cui sono state condannate le nuove leve dei clan di Cutro dopo la denuncia degli imprenditori contro il pizzo


CUTRO – Denunciare si può e, soprattutto, denunciare paga. È questo il messaggio centrale che emerge dalle motivazioni della sentenza emessa tre mesi fa dal gup di Catanzaro Mario Santoemma a chiusura del processo celebrato con il rito abbreviato contro le cosiddette “nuove leve” delle consorterie mafiose di Cutro. Nelle 49 pagine del provvedimento appena depositato, il giudice ripercorre la genesi e lo sviluppo di un’inchiesta che segna un punto di svolta storico per il territorio. La rottura del muro di omertà grazie al coraggio degli imprenditori locali e il sostegno della cittadinanza scesa in piazza al loro fianco.


Un fatto storico: la ribellione delle vittime e la reazione di Cutro

Alla base dell’impianto accusatorio sorretto dalle indagini della Squadra Mobile di Crotone e dalla Dda di Catanzaro vi è la scelta, inedita a queste latitudini, di cinque operatori economici di non piegare la testa di fronte alla pressione del pizzo. A varcare la soglia degli uffici investigativi per raccontare le pretese e i soprusi subiti sono stati i titolari della nota attività di ristorazione “La Locanda”, i rappresentanti dell’impresa Pentabloc, impegnata in un appalto pubblico per la ristrutturazione della scuola elementare, i soci della Metalgrond e i titolari di ditte individuali.

A rendere ancora più rilevante la vicenda è stato il clima sociale che ha accompagnato le denunce. Subito dopo la retata scattata nel febbraio 2024, la comunità di Cutro non ha lasciato isolati gli imprenditori. La cittadinanza era scesa in piazza, guidata dall’allora sindaco Antonio Ceraso, per manifestare apertamente il proprio sostegno a chi aveva scelto la via della legalità.

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Credibilità delle testimonianze

Nelle motivazioni della sentenza, il gup sottolinea come il compendio probatorio poggi in modo solido sull’«efficacia dirimente» delle dichiarazioni rese dalle persone offese. Il giudice definisce le deposizioni degli imprenditori «attendibili», caratterizzate da una narrazione «lineare, circostanziata e priva di contraddizioni significative» e «scevra da intenti calunniatori». Dalle carte del processo emerge inoltre uno scenario criminale ben preciso: l’esistenza di un vero e proprio patto operativo stretto tra i rampolli di famiglie storicamente rivali. Da un lato i cugini Giuseppe e Salvatore Ciampà, riconducibili all’area dello storico boss Antonio Dragone, dall’altro i fratelli Francesco e Salvatore Martino, figli di Vito Martino, figura di vertice del gruppo di fuoco del boss Nicolino Grande Aracri. I due gruppi si erano spartiti il controllo del territorio, coordinando le condotte estorsive per riaffermare l’egemonia mafiosa e rimpinguare la cassa comune destinata al sostentamento dei detenuti.


Dalla pretesa tassazione alla minaccia sull’incolumità fisica

Uno dei capitoli più drammatici ricostruiti nelle motivazioni riguarda l’estorsione ai danni dei titolari dell’impresa Pentabloc, impegnata nei lavori della scuola cittadina. Di fronte alle pressanti richieste di un “regalo”, l’imprenditore aveva tentato di opporre le proprie difficoltà economiche, offrendo al massimo una cifra simbolica di 1.000 euro a titolo personale nel tentativo di prendere tempo. La reazione di Salvatore Ciampà è descritta dal giudice come un rifiuto sdegnoso, tipico dell’«imposizione parassitaria mafiosa», intesa quale «vero e proprio atto dovuto gravante per definizione su qualunque imprenditore aggiudicatario di commesse pubbliche».

A verbale, l’imprenditore ha riferito le parole rivoltegli da Ciampà. «Salvatore Ciampà innervosito mi rispondeva letteralmente “che dobbiamo fare con mille euro”, sostenendo che la dazione di denaro da parte degli imprenditori che aggiudicavano commesse pubbliche fosse un atto dovuto. Avendo preso un appalto pubblico dovevo corrispondere una cifra adeguata, senza però specificarne l’ammontare, dando per scontato che io sappia come funzioni».

Il pizzo per la pax mafiosa

Quando la vittima ha fatto presente che i margini negli appalti pubblici si sono ridotti, Ciampà avrebbe replicato innervosito che «se avesse preso il mio lavoro un’altra ditta non avrebbero avuto questi problemi, lasciandomi intendere che gli altri imprenditori sapevano come comportarsi».
Per giustificare la pretesa, l’estorsore avrebbe fatto esplicito riferimento agli sforzi compiuti per mantenere la tregua tra i clan rivali. «Mi diceva che la cifra da me proposta non era congrua e che avevano tanto lavorato per ottenere la pace nel paese con le altre famiglie».
La trattativa è poi degenerata in un crescendo di minacce. Minacce prima velate contro i beni del cantiere: «che se poi ti rubano i pannelli al cantiere della scuola non te la prendere con noi». Poi dirette a bloccare ogni attività lavorativa: «a Cutro è sicuro che non prenderete più lavori pubblici».

“State attenti a dove mettete i piedi”

E infine scagliate contro l’incolumità fisica e personale della vittima. «Ma ciò che mi ha maggiormente intimorito è che l’ultima frase proferita da Ciampà, sempre alla presenza del cugino prima di congedarci, è stata letteralmente “da oggi in poi state attenti dove mettete i piedi”».
Non paghi, i cugini Ciampà avrebbero poi spostato l’azione intimidatoria verso il padre dell’imprenditore, Antonio Pupa, facendo irruzione nel cantiere attraverso il retro: «rompendo alcune tavole di legno per passare da una strada meno trafficata, per non essere visti». Come di consueto, anche in questo caso veniva imposto il silenzio cautelativo. «Non appena mi hanno raggiunto mi hanno chiesto di lasciare il telefono lontano, cosa che ho provveduto a fare».

Il timore di ritorsioni

Ugualmente stringente il quadro probatorio ricostruito a carico dei fratelli Francesco e Salvatore Martino per le condotte ai danni dei soci della Metalgrond s.r.l.. Le testimonianze hanno descritto l’imposizione di versamenti periodici e la paura costante subita dal gruppo. Il gup sottolinea le parole usate dalle persone offese per spiegare le ragioni della resa al pizzo. «Siamo consapevoli del fatto che discendono da una famiglia malavitosa, in particolare sono figli di Vito Martino, ancora in carcere. Per tale ragione abbiamo paura di ritorsioni sia di carattere personale che aziendale e abbiamo quindi deciso di consegnare le somme di denaro sopra indicate».

Nella ricostruzione della responsabilità, il gup attribuisce a Francesco Martino il ruolo di intermediario e a Salvatore Martino l’esecuzione della richiesta estorsiva, formulata mediante la perentoria imposizione. «Io non ti contatto più, siete voi che dovete venire qui da me».


I risarcimenti

Come si ricorderà, Francesco e Salvatore Martino hanno avuto condanne a 9 anni di reclusione ciascuno, Giuseppe e Salvatore Ciampà a 6 anni e 8 mesi, Carmine Muto a 6 anni. Tutti gli imputati sono stati condannati all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Gli avvocati Luigi Falcone, Mario Nigro e Gianni Russano potranno proporre appello. Sul piano civile, la sentenza stabilisce che gli imputati dovranno risarcire in separato giudizio i danni patiti dalle vittime, dall’Associazione Antiracket e dal Comune di Cutro, assisitti dagli avvocati Nuccio Barbuto e Vincenzo Ranieri.

Nella motivazione, il giudice richiama la giurisprudenza che riconosce all’ente locale il diritto al risarcimento per il grave pregiudizio arrecato dall’insediamento mafioso all’immagine della città, allo sviluppo turistico e alle attività economiche del territorio. Una decisione che valida formalmente la scelta della comunità cutrese di non restare in silenzio di fronte alla sopraffazione criminale.


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