Lazio

così il “commercialista delle truffe” svuotava l’Erario e stritolava i lavoratori

Nel grande abisso dell’economia sommersa della Capitale non servono le pistole per accumulare fortune d’oro, bastano la matita di un consulente compiacente, un timbro fiscale facilone e una manciata di società “scatola vuota” pronte all’uso.

È la mappa dell’ennesima maxi truffa scoperchiata nei palazzi del potere e del lavoro precario tra la provincia di Roma, i campi del Latinese ed i capannoni della Tuscia.

Un’imponente operazione del 6° Nucleo Operativo Metropolitano della Guardia di Finanza, sotto la regia della Procura della Repubblica di Roma, ha fatto saltare il banco ad un sistema piramidale capace di fagocitare le casse dello Stato per oltre 14 milioni di euro, portando al sequestro preventivo dei beni di otto indagati e mettendo ai domiciliari il vero regista contabile: un commercialista romano il cui studio era diventato il quartier generale dell’evasione sistemica.

La caccia al tesoro tra doppi fondi e il fiuto dei “cash dog”

L’esecuzione delle misure cautelari ha visto scendere in campo gli specialisti dello S.C.I.C.O. — le teste di cuoio investigative delle Fiamme Gialle dotate di scanner avanzati per stanare intercapedini, caveau nascosti e pareti con doppi fondi — insieme alle unità cinofile “cash dog” giunte direttamente dallo scalo di Fiumicino.

Un dispiegamento di forze necessario per inseguire la montagna di contanti puliti e sottratti al Fisco, generati dal lavaggio continuo di fatture gonfiate.

Ma come funzionava la giostra? Al centro dell’impalcatura figuravano quattro cooperative consorziate, meri schermi di carta cartapesta intestati a prestanome privi di patrimonio.

Queste entità “fantasma” assumevano formalmente l’incredibile cifra di 2.478 lavoratori.

Persone reali, impiegate nei settori più esposti allo sfruttamento: dalle cucine ed i tavoli della ristorazione romana, ai turni di vigilanza armata e non, fino ai servizi integrati per le imprese.

I lavoratori credevano di essere regolarmente sotto contratto, ma la realtà era ben diversa:

I falsi distacchi: il personale veniva ceduto alle aziende “clienti” mediante fittizi contratti d’appalto privi delle garanzie di legge;

Le fatture fantasma: le cooperative sfornavano montagne di fatture per operazioni inesistenti, consentendo ai marchi beneficiari di azzerare l’IVA ed abbattere l’imponibile;

DURC da fiera: per rassicurare committenti e controllori venivano fabbricati Documenti di Regolarità Contributiva contraffatti.

Il meccanismo “apri e chiudi” 

Il trucco magistrale inventato dal professionista si completava al momento dell’incasso delle tasse.

Quando il conto della gestione accumulava milioni di euro di cartelle esattoriali mai saldate, la cooperativa veniva fatta morire di colpo: liquidata, abbandonata alle procedure fallimentari e lasciata inesigibile per lo Stato.

Un istante dopo, nello stesso ufficio, il commercialista accendeva i motori di una nuova cooperativa pronta a rilevare in blocco l’esercito dei 2.500 lavoratori.

Un perfetto ingranaggio di dumping sociale: da una parte le imprese reali abbattevano i costi della manodopera del 50% facendo concorrenza sleale agli imprenditori onesti; dall’altra i lavoratori si ritrovavano svuotati di ogni copertura previdenziale ed assicurativa, pedine inconsapevoli di un casinò contabile.

Le foto presenti su abitarearoma.it sono state in parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che le rimuoverà.

Scrivi un commento


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »