Liguria

Ex Ilva, i lavoratori si danno appuntamento lunedì a Cornigliano: “Non accettiamo nessuna serrata”


Genova. “Genova non accetterà nessuna serrata dello stabilimento di Cornigliano. Abbiamo il mercato, abbiamo richiesta di ordini, non vogliamo fare cassa integrazione. Abbiamo respinto il ciclo corto a dicembre con le mobilitazioni, respingeremo questo scenario surreale per i lavoratori di Genova. Che comincino a cercare rotoli sul mercato”. Lo dichiara alle agenzie di stampa Armando Palombo, storico delegato della Fiom nello stabilimento ex Ilva, che poi annuncia: “Lunedì i lavoratori saranno tutti in portineria“.

La presa di posizione arriva nel giorno in cui Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria ha annunciato che entro il 15 novembre  avverrà la fermata temporanea generale degli stabilimenti ex Ilva di Genova e di Novi Ligure dopo il decreto della Corte d’appello di Milano che riguarda l’altoforno di Taranto.

A fornire una data precisa, che anticipa di qualche giorno le già pessimistiche stime dei sindacati, sono stati in una nota congiunta i sindaci di Genova e Novi Ligure Silvia Salis e Rocchino Muliere, ai quali l’azienda ha comunicato formalmente la deadline: “Pur comprendendo la lunga e complessa fase di difficoltà che sta attraversando l’azienda – scrivono – l’annuncio di una serrata è del tutto inaccettabile. Le conseguenze nefaste dei continui ritardi che stanno caratterizzando il percorso di vendita non possono ricadere ancora una volta sui lavoratori, sulle loro famiglie e sui territori in cui vivono e lavorano”.

Intanto a partire dal 9 ottobre saranno sospese tutte le attività produttive degli impianti dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto, secondo quando affermato da Acciaierie d’Italia in una nota inviata a prefetto, enti locali e forze dell’ordine. L’azienda fa anche richiesta di ammortizzatori sociali. Gli impianti saranno mantenuti in modalità di riscaldo, “hot stand-by”, in attesa della decisione della Corte di Cassazione. Ma “in assenza” di un provvedimento favorevole, il 24 ottobre verrà “sospeso” anche il mantenimento in riscaldo, con lo spegnimento definitivo dell’area a caldo entro il 25 ottobre, “senza alcuna possibilità” di riavvio successivo.

Come prevedibile, quindi, si scalda il clima a Genova. In piena estate i lavoratori avevano promesso un “autunno caldo” se non fosse arrivata la soluzione auspicata per Cornigliano e tutti gli impianti del Nord Italia: acquistare rotoli o bramme di acciaio sul mercato per sostituire la materia prima che non potrà arrivare di Taranto e mantenere attive le linee di produzione a freddo. Soluzione che al momento non si vede all’orizzonte, gettando ombre pesantissime sulla siderurgia nel capoluogo ligure.

Bucci e Cirio: “Mantenere la continuità produttiva”

“L’annunciata chiusura degli stabilimenti ex Ilva di Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi rappresenta una notizia molto grave, non solo per Liguria e Piemonte, ma per l’intera filiera dell’acciaio italiana, strategica per il futuro industriale del Paese”. Lo scrivono in una nota congiunta i presidenti delle Regioni Liguria e Piemonte Marco Bucci e Alberto Cirio.

“Siamo consapevoli che l’ex Ilva stia attraversando, da ormai lungo tempo, un percorso molto complesso e delicato, ma riteniamo indispensabile mantenere la continuità produttiva, in attesa che subentrino nuovi soggetti e possa avvenire il rilancio dell’azienda. Riconosciamo e apprezziamo il grande impegno che il Governo, a partire dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal ministro Adolfo Urso, sta portando avanti per affrontare una situazione particolarmente complessa”.

“Ora il nostro impegno, insieme e su tutti i tavoli, è quello di continuare a lavorare perché i siti di Cornigliano, Novi e Racconigi non solo continuino a lavorare, ma perché accrescano la loro produzione. Regione Liguria e Regione Piemonte ritengono la salvaguardia dell’occupazione e della produzione dell’acciaio in Italia priorità assolute”, concludono.

Se si ferma Taranto, si ferma Genova

La notizia della chiusura temporanea imminente è un brutto colpo ma non arriva del tutto inattesa:  con l’ultima colata effettuata all’altoforno 2 di Taranto, il processo di spegnimento dell’area a caldo dell’ex Ilva è per forza entrato nella sua fase decisiva. Un passaggio tecnico, arrivato dopo la conferma, appunto, del blocco da parte della Corte d’Appello di Milano e che compie un passo in avanti verso lo stop definitivo previsto per il 25 ottobre, salvo sorprese dal verdetto della Cassazione atteso per il 20.

E se per il polo pugliese si tratta di un passaggio storico, dopo oltre sessant’anni di lavorazioni, per lo stabilimento di Cornigliano, gli effetti sono altrettanto dirompenti. Il meccanismo che lega i due poli siderurgici è sempre lo stesso: senza l’arrivo dei coil e del materiale grezzo da Taranto, il sito ligure si avvia infatti verso la paralisi totale, senza che ad oggi esista davvero un piano b per mantenre aperto l’impianto genovese. A tracciare il quadro dell’impatto sul capoluogo ligure è Nicola Appice, segretario generale della Fim Cisl di Genova, a seguito di un sopralluogo tecnico effettuato tra i reparti.

“Facendo un giro sugli impianti per verificare il materiale residuo da lavorare, abbiamo stimato che per la parte della latta l’autonomia arrivi fino a circa metà novembre, mentre sullo zincato la lavorazione potrebbe arrivare fino a novembre. Di fatto, tutto lo stabilimento ha vita utile lavorativa di circa un mese – spiega il sindacalista – Senza nuove forniture, a metà mese la produzione si azzererà, trasformando il blocco dell’area a caldo pugliese in una chiusura di fatto anche per le linee di lavorazione genovesi”.

Una situazione che è tornata ad agitare i lavoratori, ora appesi alla pronuncia della Cassazione. A rendere tesa ed esplosiva la situazione, però, è l’assenza di un “piano strategico alternativo”: Non sappiamo cosa succederà – continua Appice – gli scenari sono tanti, e alcuni sono catastrofici per i lavoratori. Al momento non ci hanno comunicato un piano B se la Cassazione confermasse lo stop. Ad oggi a Taranto il forno 2 ha fatto l’ultima colata di acciaio fuso, e verrà avviato allo spegnimento. Resta il forno quattro ma deve essere risettato, cosa che deve essere fatta con investimenti. E comunque sempre dopo una eventuale sentenza favorevole. In definitiva, la magistratura ha in mano la chiusura di un epoca dell’industria italiana”.

Cisl: “Non c’è un piano B”

Per far funzionare Cornigliano in assenza della produzione primaria di Taranto bisognerebbe ripensare l’intera catena di approvvigionamento. Una ipotesi già valutata in passato, con l’opzione “spezzatino”, ma che al momento non ha riscontri operativi. “A Genova si aspetta Taranto – sottolinea Appice – Ci sono due scenari principali: se la sentenza viene ribaltata si deve riattivare tutto; se invece viene confermata e si spegne Taranto, per Genova servirebbero altri fornitori di coil, che al momento però non sono stati trovati.  Un altro scenario ipotizzabile è che vengano comprate le bramme per Taranto, che le lavorerebbe poi anche per Genova”. Ma anche in questo, quello che manca, è il piano industriale e i soldi, tanti, per finanziare lo switch produttivo.

Il blocco della produzione porta con sé un impatto sociale diretto sui lavoratori e le loro famiglie. I commissari straordinari di Acciaierie d’Italia puntano infatti a raddoppiare il ricorso agli ammortizzatori sociali, chiedendo l’autorizzazione per 9.000 lavoratori in cassa integrazione a livello nazionale, il doppio rispetto ai circa 4.450 attuali a cui si aggiungerebbero le sorti degli oltre 14 mila addetti dell’indotto.

Un quadro che alimenta una forte tensione all’interno della fabbrica genovese, dove i sindacati fanno fatica a contenere la rabbia e le preoccupazioni delle maestranze: “Non c’è stata ancora una programmazione di mobilitazione – sottolinea Appice – Gli operai chiedono di fare qualcosa e ora li stiamo tenendo in attesa di avere un quadro definito, ma c’è grande preoccupazione. Anche perché nell’impianto di Salerno sono già stati tutti mandati in cassa integrazione, pagata direttamente dall’Inps e non dall’azienda”.

Secondo la Fim Cisl, la crisi attuale è il risultato di anni di immobilismo e decisioni rinviate, a cui non si può rispondere smembrando il gruppo aziendale. “Agli stabilimenti serve un piano industriale a lungo raggio. Serviva vent’anni fa, invece si è assistito a un continuo scaricabarile, dando le colpe a chi c’era prima e passando la palla a chi veniva dopo – sottolinea il segretario – Spacchettare sarebbe un errore grosso, con il rischio reale che i singoli siti finiscano per sparire. È ancora decisamente meglio, per ora, ragionare sul gruppo nella sua interezza.”

Mentre il countdown per l’esaurimento dei materiali a Genova prosegue verso la scadenza di novembre, dalla fabbrica arriva il monito per la politica: “Servono alternative concrete e scenati chiari e realistici. L’unica cosa certa è che, in un constesto mondiale così incerto, l’Italia non può fare a meno del suo acciaio”.

Le reazioni

Il Partito Democratico di Genova esprime “vicinanza e solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori dell’ex Ilva”. In una nota si legge: “La chiusura dell’impianto genovese sarebbe un colpo gravissimo per la nostra città e per il suo sistema industriale. Non si tratta soltanto del futuro di centinaia di lavoratrici e lavoratori, ma della tenuta di una filiera strategica, dell’indotto e di una presenza produttiva che Genova non può permettersi di perdere. Da mesi chiediamo al Governo chiarezza e una prospettiva industriale per l’ex Ilva. I ritardi e l’assenza di risposte non possono però trasformarsi in un conto da pagare per i lavoratori, per le loro famiglie e per i territori. Non è accettabile che siano loro a subire le conseguenze dell’incertezza e delle scelte mancate. Il Governo intervenga immediatamente per scongiurare la fermata degli impianti e garantire un futuro industriale alla siderurgia in Italia. Genova ha bisogno di lavoro, investimenti e industria, non di nuove chiusure. Il futuro dello stabilimento e dei suoi lavoratori deve essere una priorità”.

“Condividiamo la posizione espressa dai sindaci di Genova e Novi Ligure. Una fermata generale degli stabilimenti è una prospettiva inaccettabile”, dichiarano Andrea Orlando e Simone D’Angelo, consiglieri regionali del Partito Democratico in Liguria. “In attesa che si chiarisca il quadro relativo allo stabilimento di Taranto, non possiamo permettere che Genova e Novi Ligure restino ostaggio dell’incertezza e dei ritardi che stanno segnando il processo di vendita di Acciaierie d’Italia. Il Governo, già gravemente in ritardo, deve avviare immediatamente una verifica concreta di tutte le possibili soluzioni industriali e organizzative per scongiurare la fermata degli stabilimenti e garantire la prosecuzione dell’attività produttiva nei due siti. Le decisioni della magistratura non possono diventare un alibi per evitare di affrontare il tema del rilancio produttivo di Acciaierie d’Italia. Occorre garantire la messa in sicurezza e creare le condizioni per la sostenibilità del ciclo integrato e, al contempo, evitare che il processo di decarbonizzazione di Taranto si traduca in uno stallo per tutti gli stabilimenti. Non è possibile attendere oltre, né subordinare il destino di Genova e Novi Ligure all’incertezza che ancora grava sul futuro complessivo del gruppo”.

“Quanto sta accadendo a Genova rasenta il surreale. Dopo quasi quattro anni di Governo Meloni, siamo di fronte all’ennesimo dramma industriale: l’ex Ilva rischia di fermarsi ed Ericsson è al centro di una pesante vertenza occupazionale. Fuori dalla Liguria, il quadro è altrettanto fosco: Beko, Electrolux e Stellantis attraversano profonde crisi. Risultato: migliaia di lavoratori e famiglie vivono nell’incertezza, mentre Meloni e i suoi continuano a distribuire slogan e promesse vane”, dichiarano il capogruppo regionale del M5S Stefano Giordano e il capogruppo M5S al Senato Luca Pirondini, che aggiungono. “Sulla vicenda Ericsson, poi, assistiamo al paradosso di una Presidente del Consiglio che annuncia come risolta una vertenza sulla quale, come abbiamo ampiamente denunciato sia ieri che oggi, non risulterebbero ancora garanzie formali e vincolanti sul ritiro dei licenziamenti. Anzi. Siamo di fronte al fallimento di un Governo totalmente privo di una visione industriale. Mentre migliaia di lavoratori rischiano di perdere il posto e interi territori vedono compromesso il proprio futuro produttivo, il centrodestra però trova tempo e risorse per occuparsi della riscrittura truffaldina di una irricevibile legge elettorale”.




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