Neuropsichiatria infantile: “Mesi d’attesa per una visita, costretti a ricorrere alla sanità privata: la cura dei figli diventa un lusso per pochi”
Oristano
La lettera di una mamma: “Spese che ammontano a migliaia di euro. Ma chi non può permetterselo, deve rinunciare?”
Mesi di attesa per una visita alla Neuropsichiatria infantile e l’unica possibilità: rivolgersi alla sanità privata, con una spesa da migliaia di euro da sostenere. Ma cosa succede alle famiglie che non possono permetterselo? È la domanda che si pone la mamma di un bimbo, che aspetta di essere preso in carico dal servizio pubblico. Riceviamo e pubblichiamo la sua lettera dal titolo “Sanità pubblica e liste d’attesa: quando la cura dei nostri figli diventa un lusso per pochi”.
Scrivo questa lettera con la speranza che possa dar voce alla frustrazione e al senso di abbandono che moltissime famiglie come la mia vivono quotidianamente nel confronto con il Servizio Sanitario Regionale.
Tutto ha inizio a fine anno scolastico 2025/2026, quando le maestre della scuola dell’infanzia mi segnalano una possibile difficoltà nell’apprendimento di mio figlio, in piena età dello sviluppo.
Ci attiviamo immediatamente: richiediamo alla pediatra l’impegnativa e ci rivolgiamo al servizio di Neuropsichiatria Infantile (NPI) della zona. Qui ci viene chiesto il modulo ufficiale di segnalazione della scuola. Tra burocrazia, attese ed adempimenti, impieghiamo due settimane per raccogliere tutto il materiale. Dopo un mese dal primo contatto con il NPI riusciamo ad avere il primo accesso al centro.
La risposta? Un questionario somministrato e una sentenza sconfortante: “Siete in lista d’attesa. Non abbiamo disponibilità, non sappiamo indicare i tempi, procediamo in base al grado di urgenza”.
Spaventati dall’incertezza e consapevoli di quanto la tempestività sia fondamentale, scegliamo di non rimanere a guardare e ci rivolgiamo a specialisti privati. Dalla valutazione emerge una situazione borderline che necessita di attenzione. Inviamo prontamente la relazione dettagliata della struttura privata al centro pubblico, sperando che possa aiutare a comprendere l’esigenza di nostro figlio. Arriviamo ad ottobre. Nessun riscontro.
Decidiamo di recarci di persona per chiedere chiarimenti sui tempi. La risposta che ci viene fornita è disarmante: “Tre mesi sono pochi per ottenere una visita. Comunque è prenotata”.
A questo punto è doveroso fare una precisazione: avere una prenotazione significa avere una data e un orario per una visita. Essere in “lista d’attesa” senza alcuna indicazione temporale non è una prenotazione: è un limbo. Un vuoto temporale e istituzionale dove i cittadini vengono lasciati sospesi, senza garanzie, certezze e trasparenza.
In questo limbo, la salute dei nostri figli non aspetta. L’età evolutiva ha tempi stretti: un mese perso può fare la differenza nel percorso di crescita e di integrazione scolastica di un bambino. Per non lasciare nostro figlio privo di assistenza, siamo stati costretti — come tantissimi altri genitori — a rivolgerci al privato, facendoci carico di spese che ammontano a migliaia di euro.
Ma chi non ha le disponibilità economiche per pagare visite ed équipe private, cosa fa? Rinuncia a curare il proprio figlio? Mi chiedo, e chiedo alle istituzioni e ai nostri politici che dovrebbero tutelarci: dove sta il diritto costituzionale del cittadino alla salute?
Fino a quando le liste d’attesa continueranno ad essere solo un modo per rimandare a tempo indeterminato i servizi essenziali, scaricando tutto il peso economico e psicologico sulle spalle delle famiglie?
I nostri figli hanno diritto a un’assistenza tempestiva ed efficace. Noi genitori abbiamo il diritto di non essere lasciati soli.
Giulia
Giovedì, 8 ottobre 2026
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