Cultura

Stardust – David Bowie – La hit di Bowie che Visconti si rifiutò di produrre :: Gli Speciali di OndaRock

L’avventura solista di David Bowie, alla fine degli anni Sessanta, stentava a decollare. Indeciso tra la strada maestra del folk britannico (e di Bob Dylan), le tentazioni psichedeliche della Summer Of Love californiana e il revival r’n’b di marca britannica, il suo debutto su Lp avevato smascherato queste contraddizioni, mostrando un cantautore talentuoso ma ancora acerbo, distante da due quasi-coetanei colleghi londinesi come Cat Stevens e Al Stewart, al debutto in quel periodo. Bowie era “all over the place”, secondo la definizione del tecnico del suono Gus Dudgeon: cercava di attingere un po’ ovunque senza riuscire a mettere a punto uno stile unitario e riconoscibile.
Ma quel gracile folksinger continua ad assorbire come una spugna esperienze musicali di ogni genere e stile con curiosità onnivora. A folgorarlo, in particolare, è un disco uscito nel 1967, griffato da una banana in copertina a firma di Andy Warhol, il maestro della pop art. Si intitola “The Velvet Underground & Nico” ed è l’album d’esordio della rivoluzionaria compagine del suo futuro amico Lou Reed. “Pensai che erano la migliore band del mondo”, confiderà Bowie a Vanity Fair.

Lost in Space

C’è però un’altra folgorazione, di stampo cinematografico, stavolta, perché in Bowie – si sa – non esistono mai steccati tra le arti e ognuna contribuisce a influenzarne la visione complessiva. È il 1968 e nel buio del Casino Cinerama di Londra, il ventunenne David fissa la capsula spaziale che galleggia nel vuoto sul grande schermo. È la terza volta che va a vedere il film “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, uscito nell’aprile dello stesso anno. Il senso di straniamento della pellicola si salda alle fascinazioni della narrativa di fantascienza, al culmine di quel clima neopositivista che stava generando la competizione spaziale Usa-Urss e che un anno dopo avrebbe portato l’uomo sulla Luna. Un cortocircuito virtuoso, per il futuro Starman. “Era il senso di isolamento che stavo provando in quel momento – racconterà nel 2012 al magazine Classic Rock – Ho trovato il tutto eccezionale. Ero fuori di testa quando sono andato a vederlo – più volte – ed è stata davvero una rivelazione. Ha composto la canzone nella mia mente”. E che canzone… “Space Oddity” è il singolo che l’11 luglio del 1969 catapulta il giovane artista londinese nell’orbita delle classifiche. È la svolta della sua carriera.

Bowie registra una prima demo alla fine del 1968 per il video promozionale di “Love You Till Tuesday”. Quella versione, che lo vede imitare i suoni di un’astronave, si rivela un flop commerciale, ma gli offre l’opportunità di firmare un contratto discografico con la Mercury. È l’occasione per incidere una versione integrale e definitiva del brano. Bowie prova invano a coinvolgere l’amico Tony Visconti, che lo assisterà in cabina di regia in larga parte della sua carriera. Ma il produttore è scettico e decide di rinunciare, lasciando che a mettere le mani su quello strambo esperimento sia un suo giovane collega, Gus Dudgeon. “Ho ascoltato la demo ed era incredibile. Non potevo credere che Tony si fosse rifiutato di lavorarci”, dichiarerà quest’ultimo.

Visconti, anni dopo, si pentirà della sua intransigenza: “Pensavo che la canzone fosse una marchetta per fare soldi sul primo atterraggio sulla Luna e mi sembrava fuori linea rispetto allo stile folk-rock del disco. Mi sono preso a calci molte, molte volte da allora, perché mi ero completamente sbagliato”. Già, perché la maestosa “Space Oddity” resterà una delle massime hit di Bowie e un classico assoluto del rock, con le sue sette sezioni distinte, gli arrangiamenti sinfonico-psichedelici di Paul Buckmaster e una struttura simile alla riproduzione del suono di un razzo in fase di decollo. Registrata il 20 giugno del 1969 nello studio Trident di Londra, la canzone è concepita con precisione chirurgica: dall’avvio sinistro, scandito dalla voce di Bowie persa nello spazio, all’improvviso sussulto dello stylophone, dall’ingresso tempestivo del basso di Herbie Flowers e del Mellotron di Rick Wakeman (tastierista degli Yes) a un ritornello epico e struggente, fino alla coda strumentale dissonante. Gli accordi ariosi, invece, tradiscono due insospettabili influenze: Simon & Garfunkel e i Bee Gees.

Una hit spaziale

Incentrata sulla saga dell’immaginario astronauta Major Tom, “Space Oddity” è la prima ballata spaziale della storia del rock e la capostipite di quel filone fantascientifico che diverrà una delle chiavi di volta del repertorio bowiano. Il Cosmo infinito come metafora di uno spazio interiore: “Quei temi e quei personaggi avevano la funzione metafisica di esprimere quanto fossi alienato – spiegherà Bowie nel 1997 – di comunicare che mi sentivo estraneo alla società e che ero in cerca di qualche forma di collegamento”. Contenuti che riflettono anche la sua ansia esistenziale, l’angoscia della mortalità e dell’oblio, il conflitto permanente tra razionalità e esoterismo, laicismo e spiritualità. Con quella memorabile ingiunzione della Base di Controllo (“Chek ignition and may God’s love be with you”) a fungere quasi da ideale sintesi a questi aspetti contrapposti della sua personalità.
La canzone viene pubblicata l’11 luglio 1969, nove giorni prima dello sbarco dell’Apollo 11 sulla Luna, e la Bbc la usa come colonna sonora per i suoi servizi televisivi sul tema. Il suo successo (n. 5 in Uk) sarà tale da spingere Bowie a realizzarne persino versioni in altre lingue, tra cui l’improbabile “Ragazzo solo, ragazza sola”, con testo di Mogol, per il mercato italiano.

L’omaggio del 2019

Tony Visconti, che all’epoca produsse l’intero album “Space Oddity” di Bowie tranne proprio il brano omonimo, vorrà riscattarsi nel 2019 con un omaggio postumo al suo amico David, scomparso tre anni prima. Un nuovissimo mix dell’intero album “Space Oddity”, che include anche il brano “Conversation Piece”, escluso dall’album originale.
A proposito del mix del 2019 di “Space Oddity”, Visconti racconterà: “È stato davvero divertente scoprire piccoli tesori nascosti nelle esecuzioni dei musicisti, avendo questa volta più tempo a disposizione per il mixaggio: un piccolo svolazzo di chitarra qui, un’esplosione di trombone là, la voce di Marc Bolan in un coro di gruppo e, in generale, molti più dettagli che ci erano sfuggiti tanti anni fa, quando l’etichetta ci aveva concesso al massimo una settimana per mixare l’album. Ed è proprio in questi dettagli che ritroverete il David Bowie ventiduenne, che di lì a poco avrebbe conquistato il mondo”.

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07/10/2026


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