Cultura

Un’attrice di Star Wars nel film su Rai Play sulla storia vera della nuotatrice che sfidò il mondo

Ci sono storie che meritano di essere raccontate non per celebrare la vittoria, ma per ricordare quanto sia stato difficile conquistarla. La storia di Gertrude “Trudy” Ederle fa parte di queste: una ragazza nata all’inizio del Novecento in una famiglia di immigrati tedeschi a New York, cresciuta in un’epoca in cui alle donne veniva insegnato a stare in silenzio, a non osare, a non sfidare l’ordine costituito. Eppure, nel 1926, Trudy divenne la prima donna della storia ad attraversare a nuoto il Canale della Manica, quelle 21 miglia di acque gelide e correnti imprevedibili che separano Francia e Inghilterra. La ragazza del mare, il film diretto da Joachim Rønning e disponibile su RaiPlay, racconta proprio questa impresa leggendaria, con l’attrice di Star Wars, Daisy Ridley nei panni di una protagonista che ha riscritto i limiti del possibile. Non è un semplice film biografico, ma un manifesto di resilienza che parla a chi crede che le barriere siano fatte per essere abbattute.

La storia di Trudy inizia nel modo più drammatico possibile. Nel 1914, un tragico incidente nel porto di New York causa la morte di molte donne che non sapevano nuotare. Per la madre di Trudy è una rivelazione che diventa imperativo: i suoi figli dovranno imparare a galleggiare per salvarsi. Ma c’è un altro colpo del destino che si abbatte sulla famiglia Ederle: Trudy viene colpita dal morbillo e i medici la danno per spacciata. Sopravvive, ma con danni permanenti all’udito. Quella bambina sorda, però, scopre che nell’acqua trova un sollievo che il mondo di superficie non le concede. È il suo rifugio, il suo elemento, il luogo dove nessuno può giudicarla o limitarla. A dodici anni Trudy convince il padre, un uomo severo e tradizionalista interpretato da Kim Bodnia, a lasciarla allenare. Insieme alla sorella Meg, interpretata da Tilda Cobham-Hervey, entra nella Women’s Swimming Association sotto la guida della rigorosa Charlotte Epstein, ruolo affidato a Sian Clifford.

È l’inizio di un percorso che la porterà alle Olimpiadi di Parigi del 1924, ma anche a scontrarsi con un sistema che non era pronto ad accettare che una donna potesse competere alla pari con gli uomini. Il film non risparmia dettagli sulla misoginia istituzionale che Trudy dovette affrontare. Il suo allenatore alle Olimpiadi è Jabez Wolffe, interpretato da Christopher Eccleston, un uomo noto per aver fallito ripetutamente nel tentativo di attraversare la Manica. Wolffe non crede nelle capacità delle donne e le ostacola attivamente, sabotando di fatto le possibilità di successo di Trudy. Il risultato è un bottino di due medaglie di bronzo che, per una nuotatrice del suo calibro, pesano come una sconfitta. Tornata a casa, delusa e sotto pressione da parte del padre che vorrebbe vederla “sistemata”, Trudy si trova di fronte a un bivio: accettare il destino che la società le ha cucito addosso o tentare l’impossibile. Sceglie la seconda strada.

Decide di diventare la prima donna ad attraversare il Canale della Manica, una sfida che aveva visto fallire centinaia di uomini. Sono 34 chilometri di oceano gelido, correnti traditrici, meduse urticanti e uno sforzo fisico che può uccidere. Ma Trudy non è mai stata brava ad ascoltare chi le diceva cosa non poteva fare. Per prepararsi al ruolo, Daisy Ridley ha affrontato mesi di allenamenti intensi: sessioni in piscina, nuotate in mare aperto, immersioni in acqua fredda per abituare il corpo alle condizioni estreme che Trudy dovette sopportare. Il film non usa solo ricostruzioni in studio, ma sequenze girate in ambienti reali per restituire l’autenticità dell’esperienza. Quando si vede Ridley immersa in quelle acque scure, con il respiro affannoso e le braccia che continuano a muoversi meccanicamente, si percepisce la fatica, il dolore, la determinazione ossessiva di chi sa che fermarsi significa arrendersi a tutto ciò che ha combattuto.

La regia di Joachim Rønning, già dietro la macchina da presa di Pirati dei Caraibi: La vendetta di Salazar e Maleficent: Signora del Male, gestisce con equilibrio il tono epico senza scivolare nella retorica. La fotografia di Óscar Faura cattura la bellezza ostile dell’oceano, mentre il montaggio di Úna Ní Dhonghaíle mantiene il ritmo serrato anche nei momenti più contemplativi. Le musiche di Amelia Warner accompagnano la narrazione senza sovrastarla, lasciando che sia il respiro affannoso di Trudy a dettare il tempo. La ragazza del mare è un film che parla al presente usando il passato. Ricorda che ogni diritto conquistato è stato pagato con la fatica di chi ha osato per primo, di chi ha sfidato il ridicolo, il disprezzo, l’indifferenza. Trudy Ederle non nuotò solo per sé stessa, ma per tutte le donne che sarebbero venute dopo di lei. E il suo messaggio, un secolo dopo, risuona ancora con una forza che nessuna corrente può spegnere.


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