Wishy – Nature’s Pill | Indie For Bunnies
Non ci interessa se questi cinque ragazzi si sono formati tra i corridoi anonimi di un liceo di Indianapolis o se abbiano registrato metà di questo disco stipati in un minuscolo studio di Los Angeles a bassa pressione industriale.
Quello che conta, e che eleva “Nature’s Pill” ben oltre la media dei patetici revival contemporanei, è che ci troviamo di fronte a un saggio di perizia geometrica assoluta che vi crolla addosso come un soffitto di calcinacci, costringendovi a ballare sul vuoto.
Non è un mero compendio calligrafico di power-pop o jangle-pop di fine millennio; questo album è un organismo vivente guidato dal binomio creativo Kevin Krauter e Nina Pitchkites, un trattato esistenziale ed emotivo che usa tre chitarre elettriche come lanciafiamme zuccherati e bisturi chirurgici. L’intero impianto dell’opera vive su un paradosso formale di rara efficacia: un’euforia melodica solare, quasi adolescenziale, che fa da contrappunto a liriche di rassegnata apatia quotidiana e disintegrazione psicologica.

Il vero miracolo ingegneristico del disco risiede nella gestione di ben tre chitarre (affidate a Krauter, Pitchkites e Dimitri Morris).
Laddove il novanta per cento delle band contemporanee avrebbe prodotto un fango informe di distorsioni, il missaggio opera qui una rigida separazione stereofonica delle frequenze.
Le chitarre non fanno semplicemente volume: sono tre personaggi distinti che dialogano per incastro. In traccie come “All The Rage”, sentite una progressione jangle che brilla come il sole estivo mentre vi sbatte in faccia il dramma dell’abbandono domestico e della paralisi depressiva (“So fuck doing the dishes / Fuck these clothes on my floor”).
È il rock ‘n’ roll puro: prendere la depressione più nera, l’apatia da camera da letto con i vestiti per terra, e trasformarla in un inno da urlare a squarciagola dal finestrino di una macchina a cento all’ora. Non c’è consolazione, non c’è il finto ottimismo dei dischetti pop preconfezionati. C’è solo una splendida, catartica resa.
Questa narrazione per frammenti quotidiani si specchia nella splendida “Lovesick”, dove la dipendenza emotiva si aggrappa a istanti fotografici di rara e dolorosa vulnerabilità (“Cut the pink out of your hair / For your grandma’s funeral”), sostenuta dalla voce di Nina, sbarazzina ma capace di farsi intimamente mielosa.
Quando il disco decide di cambiare pelle e sporcarsi le mani, la precisione intellettuale sposa la visceralità più cieca.
“Sensational” è un nevrotico capolavoro post-punk che offre offre una cinica allegoria sulla performance della libertà: il cuore sanguina sul pavimento, ma la cosa importante oggi sembra essere quanto sia spettacolare la macchia (“That’s quite the splash / You better make it last”).
E poi ti trascinano nel muro di suono totale di “Cowgirl”, dove le parole affogano nel fuzz e nel riverbero shoegaze più carnale e ossessivo. Non c’è niente da capire qui. C’è solo carne, desiderio puro (“I want you back in my bed”) e un rumore enorme dentro cui devi solo lasciarti affogare.
Il vertice intellettuale della scaletta rimane tuttavia “Headscatcher”, un miracolo di dinamica strutturale. La sezione ritmica di Mitch Collins e Conner Host edifica una griglia geometrica quasi math-rock dentro cui le tre chitarre si insinuano obliquamente (una tiene il corpo, una lavora sui bordi con piccoli rumori, una riempie lo spazio atmosferico), mentre nel finale le voci abdicano al ruolo narrativo per farsi pura percussione, rincorrendosi come uno strumento impazzito.
Anche negli episodi più cinetici, la band dimostra una sbalorditiva gestione della profondità verticale: se “Shift” spinge sull’acceleratore con una corsa garage-rock impeccabile, “Blitz” àncora il binario ritmico a terra in modo incredibilmente “tight” lasciando galleggiare una linea chitarristica acuminata come una lama di luce pura.
La transizione verso il finale evidenzia la maturità dei Nostri nel dominare il vuoto e il pieno. “You’re Not So Serious” spiazza con un andamento sincopato quasi jazzy, “Freak 99” evoca le dissonanze sfasate dei Sonic Youth storici e “Kiss Kiss Kiss” si muove su tre diversi stati sonori, alternando la nudità della melodia a ondate di rumore che arrivano come un evento e poi si ritirano.
La chiusura di questo viaggio è affidata alla dilatazione atmosferica di “Party World”. E a tutti quei critici da salotto che hanno lamentato la mancanza di un facile climax rumoroso, diciamo di andare al diavolo: l’espansione e il decollo verso un cielo immaginario sono mille volte superiori a un’esplosione.
Il protagonista, partendo dalla demoralizzazione iniziale, sale su un aereo e decolla, costruendo la propria pillola naturale (Nature’s Pill): un rifugio mentale dove la vita è solo una festa (“To my world where life is just a party”).
“Nature’s Pill” non è un disco perfetto per i puristi della tecnica ed è fantastico proprio per questo.
È un album selvaggio, romantico e rassegnato su cosa succede quando l’amore ti manda completamente fuori asse.
All’inizio non sai che fare, poi perdi, soffri, reciti, ricadi e alla fine ti alzi, guardi il soffitto crollato, fai un’alzata di spalle e urli: “Fanculo, la vita è un gioco”.
Non hai risolto un bel niente, ma hai deciso di ballare lo stesso. E questo è l’unico modo onesto di stare al mondo.
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