Scuola, il decreto atteso al Colle: slitta la firma. E nelle classi è già protesta
Al Quirinale si attende il decreto. Il provvedimento unico approvato giovedì in Consiglio dei ministri — che prevede il tetto del 30% nelle classi prime per gli alunni che non conoscono l’italiano, il divieto di coprirsi il volto con burqa, caschi e niqab e i corsi obbligatori di alfabetizzazione per i genitori stranieri di quei bambini che faticano nell’integrazione scolastica a causa delle barriere linguistiche — non è ancora arrivato sul tavolo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Si lavora per definire le coperture. Mentre il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha smentito eventuali allentamenti del divieto di travisamento per permettere agli studenti di mascherarsi a carnevale o di partecipare alle attività di laboratorio con dispositivi di protezione. «Il decreto è chiarissimo, è ovvio che queste cose si potranno fare, non c’è stata alcuna modifica», ha spiegato il ministro in una nota.


Non si placano però le polemiche attorno alla norma. «La nostra iniziativa va nella direzione dell’integrazione — rivendica il ministro — mettendo al centro la conoscenza della lingua italiana e garantendo a tutti il diritto allo studio». Eppure ci sono allarmi, contestazioni e nelle scuole già le prime proteste. Tra le voci più forti si è levata quella del sindaco di Milano, Giuseppe Sala: «La cosa che più mi preoccupa — ha detto — è il tetto percentuale. Sto facendo un pò di verifiche e temo che qualche classe, o addirittura scuola, dobbiamo chiuderla, non per nostra scelta. Ci sono quartieri in cui la presenza di figli di immigrati va al di là del 30%». In questo caso ci saranno deroghe, previste per legge e fortemente volute dal Colle, e dunque la rigidità del decreto si dovrà inevitabilmente sciogliere nella flessibilità della messa a terra.


Il nodo è tutto lì. Anche il presidente dell’Anci e sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, fa notare che «quando si trattano temi così delicati, bisogna muoversi sempre con grande prudenza e attenzione guardando alla complessità del Paese». Perplessità hanno espresso anche i sindacati. «L’integrazione linguistica e culturale — ha detto Elvira Serafini che guida lo Snals — non può essere affidata solo a limiti percentuali o a disposizioni regolative: servono organici adeguati, mediatori culturali stabili, formazione mirata per i docenti e risorse certe per sostenere i progetti di inclusione».


I primi istituti intanto si fanno sentire. A Genova uno striscione, affisso, poi rimosso e infine tornato al suo posto, è diventato un caso politico. «Qui nessuno è straniero», c’era scritto in tante lingue sul lenzuolo appeso al cancello della scuola Daneo. Due agenti in borghese sono arrivati e l’hanno tirato giù senza che ci fosse, hanno spiegato dalla questura, alcun ordine dall’alto. Tanto che dopo le proteste e le indicazioni ricevute dai superiori, lo striscione è tornato dov’era: ad accogliere le maestre, i bambini e i loro genitori. Tra loro si è presentata anche la sindaca Silvia Salis: «Mi hanno detto i bambini che ora vogliono scrivere sia alla presidente del Consiglio che al presidente della Repubblica perché non sono d’accordo con quello che sentono in televisione. Vogliono dire che la scuola deve rimanere per tutte e tutti».


Dalla Di Donato, una delle scuole simbolo del multiculturalismo a Roma, sono stati i genitori a lanciare un appello a Mattarella: «Non firmi». I ragazzi più grandi, i liceali del collettivo Osa vicino a Potere al popolo e all’Usb, hanno organizzato invece picchetti, piccoli cortei e un sit-in davanti Montecitorio. «Il problema sono i fondi che non ci sono per l’edilizia scolastica, per pagare gli insegnanti, per coprire tutti i ruoli e invece il governo scrive un decreto inaccettabile», hanno detto al megafono. E sulle scuole hanno appeso la scritta: «Approvato il decreto razzismo».
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