The Guest List – Something Real
Finalmente i The Guest List esordiscono con il loro primo album. La band di Manchester, formatasi appena nel 2021 tra i banchi di scuola e composta da giovanissimi musicisti guidati dal frontman Cai Alty, si mostra con coraggio e senza filtri nella sua prima opera completa.

Un lavoro che fin dal primo ascolto sembra farci assaporare il gusto dolciastro e amaro della nostalgia, facendoci immergere in una melodia familiare che colora il sound con pennellate di ricordi che vanno dai Kinks fino ad attraversare il britpop nelle sue diverse sfaccettature e derivazioni.
Il tutto ci viene offerto senza scimmiottamenti, ma piuttosto contraddistinto da una certa capacità di trovare linee melodiche accattivanti e mainstream (nel suo significato più alto); effettivamente poi il tutto si traduce in una sequenza di brani orecchiabili che facilmente si infilano in testa e che ti ritrovi a canticchiare.
Un passato che parte dai Kinks, attraversa il britpop di Oasis e Verve fino ad arrivare agli Arctic Monkeys, per un lavoro che ci offre una band giovane che guarda indietro ma ha una sua personalità e la capacità unica di essere espressione pop-rock con una propria identità.
L’inizio dell’album è folgorante: “Something Real“ non solo ha un immediato aggancio melodico che imprigiona l’ascoltatore, ma si rivela anche profondo nei testi, ponendo l’attenzione sulla pericolosità sociale dei social media: «War is on trend / The media won’t talk about it / Controversy sells once again / As you sit with that smile on your face / Like I could never understand». “Ruine“ parte come fossero gli Arctic Monkeys per poi mischiarsi con gli Oasis fino ad arrivare a un ritornello irresistibile aiutato dai cori. Infine, “You Should Care“ è un brano che strizza l’occhio ai Fontaines D.C. senza restarne prigioniero.
Se l’inizio è ottimo, anche il resto risulta piacevole, con alcuni pezzi che restano dopo l’ascolto e ti danno la voglia di riascoltarli: come “If Ever Your Devil Is Kind“, dove troviamo l’inserimento degli archi che danno una spinta notevole al brano e che possono tracciare una linea da percorrere per il futuro (un pezzo che ricorda i Coldplay quando ancora riuscivano ad essere ascoltabili), o “Craven“, uno dei miei preferiti, una splendida traccia sulla codardia emotiva, la mancanza di coraggio e il tradimento: «Show me your craven eyes / I won’t let you win this time / There is more to life», capace di mostrare anche una certa qualità nei testi.
Anche i brani conclusivi funzionano: “Weatherman“, sulla crisi climatica, e “Mary“, sugli abusi in famiglia, vengono affrontati con la giusta misura.
“Something Real”, sotto certi punti di vista, si presenta coraggioso, cercando di ricreare la vecchia e gloriosa tradizione melodica britannica unendola alla freschezza e a un’urgenza espressiva naturale, vista la giovane età degli autori. Un buon album che riesce a dare a pieno titolo alla band un posto importante nel panorama musicale attuale.
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